Myra Breckinridge

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Anni ’60, Los Angeles. Il dottor Randolph Spenser Montag – suo psicanalista, amico e dentista – le ha proposto di tenere un diario a scopo terapeutico. E lei lo sta facendo, ma vuole fare le cose per bene: vuole creare un capolavoro letterario, più o meno come ha creato se stessa. Dice di somigliare a Fay Wray, “di tre quarti dal lato sinistro, se durante la ripresa in primo piano la luce principale non è a un’altezza superiore al metro e mezzo”, dice di possedere “due seni dalla forma superba che ricordano quelli messi in mostra da Jean Harlow in Angeli dell’inferno”. Myra Breckinridge insomma è un bocconcino (“e non dimenticatelo mai, figli di puttana che non siete altro”), ma un bocconcino con una missione: ricreare i sessi salvando così la razza umana dall’estinzione. Più prosaicamente intanto va a fare visita a Buck Loner, anziano ex attore di cinema e radio. Da giovane era un cowboy stupendo, snello e atletico: ora è “un uomo enorme, vecchio e disgustoso” ed è chiaro che vorrebbe andare a letto con Myra, anche se è la vedova del suo unico nipote Myron, giovane e brillante critico cinematografico che a quanto sostiene Myra è annegato l’anno prima nei dintorni di Staten Island. In realtà Buck non vedeva mai Myron e nemmeno sapeva fosse sposato, anzi ha sempre creduto che fosse un frocetto. Ora invece si trova davanti una sventola che afferma di esserne la vedova, di essere senza un soldo, di avere bisogno di aiuto e soprattutto di avere tra le mani un testamento che la rende legittima proprietaria del terreno di Westwood dove sorge l’accademia di recitazione gestita da Buck e quindi di metà della fortuna del vecchio attore…

Scritto in poco più di un mese ‒ a Roma, tra l’altro (!) ‒, questo libro dal titolo un po’ scostante per un lettore italiano risente ovviamente dello zeitgeist dell’anno di uscita, il 1968. Contestazione anti-sistema, scontro generazionale, liberazione sessuale, antimilitarismo, femminismo: ecco gli ingredienti di un bizzarro e travolgente cartoon transgender in puro stile camp che è anche una grande dichiarazione d’amore per il cinema americano della prima metà del ‘900. Il romanzo diventò un clamoroso bestseller in pochi mesi, schizzando al primo posto delle classifiche di vendita USA malgrado non fosse uscita nemmeno una recensione su quotidiani e riviste specializzate: non un caso o un errore, ma una strategia fortemente voluta proprio da Gore Vidal, che vietò espressamente all’editore di spedire copie ai giornalisti, probabilmente per scongiurare polemiche troppo virulente e sequestro del romanzo per oscenità. Myra Breckinridge infatti in seguito è stato tacciato di pornografia, ma in realtà – sebbene il tema del sesso sia centrale nella narrazione – di scene di sesso ce ne sono soltanto due (e descritte in termini molto soft, o sarebbero incorse nella scure della censura): la prima quando Myra viene sodomizzata da un divo pop durante un’orgia e la seconda quando è lei a sodomizzare con uno strap-on un suo allievo giovane bello, atletico, rozzo, incolto, bigotto, rigidamente eterosessuale: in una parola, americano. Gli strali satirici di Vidal non sono diretti soltanto verso la società statunitense, la morale, lo show-business, ma anche contro le dottrine pansessuali di vari medici liberal così di moda negli Usa dell’epoca. Nel 1970 è stato tratto dal romanzo un film per la regia di Michael Sarne, con un bombastica Raquel Welch nel ruolo di Myra, John Huston in quello di Buck Loner, Mae West e Farrah Fawcett. Il film è stato definito da Gore Vidal “uno scherzo di pessimo gusto” ed è ritenuto da molti critici il peggior film di tutti i tempi.



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