Mythos

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Secondo i Greci tutto è iniziato con il Caos, una voragine, un “vuoto cosmico”, un evento che dà inizio a tutto. Prima non c’era il Big Bang, l’esplosione dell’universo, nulla. Neanche “prima” esisteva, perché è quella la nascita del tempo, sempre secondo il pensiero degli antichi Greci. Dal Caos vengono a formarsi Erebo e Notte, che finiranno inevitabilmente per unirsi e concepire Emera e Etere. Uno dei concetti più belli della mitologia greca: dal buio non può che germogliare la luce. Nel frattempo, e in contemporanea però, perché gli accadimenti narrati non hanno ancora una consequenzialità storica, dall’iniziale nulla fanno capolino Gea e Tartaro, che rappresentano quello che c’è sotto e sopra la terra. Non è ancora il momento di parlare delle divinità più note, perché soltanto in quel momento iniziano ad apparire quelle primordiali, o meglio, quella primordiale per eccellenza: Gea, il cui nome ancora oggi richiama il concetto di inizio, di fecondazione, la progenitrice del pianeta intero. Tramite partenogenesi, concepisce quelli che daranno vita alla Terra: Ponto e Urano, il mare e il cielo. Quest’ultimo avvolge sua madre: il cielo si stende sopra chi l’ha generato e in una fusione incestuosa origina con l’entità che l’ha originato il Tempo. Questa unione però è tra le più prolifiche e genera il cosiddetto “secondo ordine” di dei. Dodici divinità, sei maschi e sei femmine, dai nomi musicali e celebri, come Mnemosine o Iperione, che avranno chiara fama tra i loro devoti. Ma Urano e Gea non si fermano lì e la loro stirpe si arricchisce di tre ciclopi e tre ecatonchiri, esseri prodotti forse da una strana mutazione genetica, con cento mani e cinquanta teste, che il disgusto di Urano ricaccerà nel ventre della loro madre…

L’innata eleganza del regista e attore inglese Stephen Fry si ritrova in questo esperimento di romanzo mitologico. Ricordato per la sua vis comica, per essere stato l’Oscar Wilde più famoso della storia cinematografica o per la partecipazione a pellicole molto popolari come Lo Hobbit e Sherlock Holmes, Fry è un colto amante della cultura mondiale che ha ispirato tutte le sue opere letterarie (questa di Salani è il primo dei suoi libri che viene pubblicato in Italia) o i suoi celebri documentari in giro per il mondo. L’amore per la Grecia l’ha condizionato per tutta la sua vita, come dice nella prefazione, sin da quando ha ricevuto da piccolo un volume dedicato ai Miti greci. Se scrive non lo fa soltanto per chi questi miti li conosce già, ma anche, e soprattutto, per coloro che non ne hanno mai sentito parlare, infondendo loro un piacere per la scoperta di qualcosa che lui ha sempre ritenuto avvincente ed estremamente affascinate – elemento che non passa inosservato durante la lettura. Ci si potrebbe spaventare davanti a questo tomo di quasi 500 pagine, ma, ed è questo forse ciò che colpisce più di tutto, è la leggerezza con cui si scorre le pagine di queste che lui stesso ci tiene a definire “costruzioni fantastiche”. Persino le note risultano piacevoli da leggere, perché sono prosecuzioni di quel tono arguto di cui Fry è da sempre portatore sano. Bella la traduzione di Guido Calza che ha saputo rendere la raffinatezza presente nell’originale inglese.



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