Naso o delle cattive letture, delle scritture impure

Naso o delle cattive letture, delle scritture impure

Naso cammina sulle guance per la vita: eppure sa che, in fondo, più che sue compagne, quelle sono le sue ali. Esse lo innalzano verso l’altrove, che è il luogo in cui è possibile non lasciare traccia, è il non-luogo in cui semplicemente vince l’essenza più profonda, in cui la vita sbaraglia il mondo e gli chiude il sipario, come un palco nudo, che non ha bisogno di scenografia; come un teatro chiuso, in cui “è inconcepibile che qualcosa accada”, eppure tutto vi può avvenire; tutto vi si recita, tutto vi nasce... e muore. “Se un naso con le guance è forse un angelo, i tuoi occhi sono il cielo. Lascia che il cielo piova sulle guance e intorno al naso”: l’altrove diviene, allora, il luogo puro delle emozioni, uno spazio indefinibile e non recintabile; lo spazio, che è anche tempo, del cuore (non a caso, tra le immagini proposte, compare anche la copertina del 1901 di Cuore di De Amicis), dell’intimità che è ormai trasgressione, della fantasia, del sogno e della follia... Il perimetro infinito in cui agisce la possibilità di essere e di vivere, per ricercare, come fine ultimo e intimo, quella bellezza che è propria del tutto in cui l’essere umano comunque s’innesca, s’accende... proprio come le parole di Naso, la sua “soffiata” vitale, nascono da un’immagine che accompagna e genera il dialogo, da un “paesaggio”, da un’emozione che dà lucentezza alla vita e la riempie, perché sempre: “si ricompone, pudica, la luce”...

Pasquale Panella, poeta, scrittore, paroliere (tra le tante collaborazioni, vanta nomi del calibro di Battisti, Mango, Zucchero) – insomma, un artista della parola che, leggera, con garbo e sublime eleganza, si fa emozione –, dopo la collaborazione con un poemetto a Mani, la più antica delle invenzioni di Lucio Saviani, ritorna con una sua opera giovanile, scritta tra i banchi di scuola. Un dialogo in apparenza teatrale e delicatamente poetico (gioca anche coi termini: Naso e Parnaso), pur nella sua prosa ricchissima di significati (“per il naso i significati sono mosche, meglio lasciar perdere”), in cui dà alito e soffio sublime al Naso. Le voci sono tante, eppure forse, nell’intimità più vera, convergono tutte in una. È uno il Naso che dà cadenza e ritmo anche al fiato degli altri. È il Naso l’eroe della scena. Perché nell’interrogare, prima si interroga: “una domanda a te stesso è sempre inopportuna se non indisponente, perché sempre ti trova impreparato, se no non te la porresti”. La bocca di lei, di Nasìce – il suo contraltare femminile –, allora, diviene un baratro socchiuso in cui, all’occorrenza, poter sprofondare: il luogo in cui dimenticare, l’altrove nell’altrove. L’amore nell’arte e l’amore per l’arte, così seducente, eppure tremendamente inarrivabile, come la più altera delle donne. “A volte, anche il dolore è paesaggio e certe stelle sono una mia fitta”: il Naso è un vecchio saggio che sciorina verità profonde, abissali... tesori scavati dai baratri della vita che si sono rivelati, poi, col tempo, meraviglie. Ma il Naso è anche, in fondo, un bambino che, ogni giorno, sbircia un po’ di più dietro al sipario della vita: “C’è di bello questo in te, che ogni volta di ogni cosa è la prima volta [...] a ogni tua lettura ritorni analfabeta. Perché dimentichi, e la dimenticanza è per te una infatuazione”.



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