Necropolis

Necropolis

Tutti sono chiamati a scegliere la propria sepoltura. In vita, devono decidere della loro morte: un gesto che definisce non solo un punto fermo per l’eternità ma anche un modo di vivere, uno spirito e una filosofia. Si sceglie tra due globi distinti come il corpo e la mente: Necropoli Ovest o Necropoli Est, il regno della Terra e il regno dello Spirito. “Vivi per la tua morte” il motto all’ingresso della prima, “Muori per la vita degli altri”, quello della seconda. Il Maresciallo Yarden però non vuole scegliere, o meglio, ossessionato dal suo destino dopo la morte, sceglie di non scegliere. Non ancora, almeno fino a quando non avrà avuto la possibilità di incontrare alcuni spiriti e entità delle due Necropoli e comprendere se valga ancora la pena vivere o sia meglio la morte, e se quest’ultima sia portatrice di pace. Assieme al segretario Pierre, al nipote tredicenne Rama e al negromante Max, varca i cancelli della Necropoli Ovest. Il primo ad essere evocato dal mago è Konrad Jung, un giovane poeta suicidatosi dopo la morte dell’amata Maddalena. Ma, come dirà Jung, “tu interroghi un poeta di questo scialbo tempo come fosse un indovino. I poeti di oggi non sono vati, sono persone depresse con le rare euforie di chi pretende di discendere da un’arte aristocratica.” “Non troverai pace in nessuna delle due Necropoli. L’appartenenza è una maledizione, da quando il centro è crollato.” Il viaggio dei quattro continua attraverso la Necropoli Ovest, luogo tangibile e città pietrosa, con le radici che affondano nella terra, tra corpi in decomposizione, ossa scheletriche o tsantsa, le teste rimpicciolite come quelle dei morti Valdegamas. Se la Necropoli Ovest ricorda gli antichi cimiteri monumentali, la Est fluttua nello spazio, futuristico scrigno delle anime dei defunti dove si comprende che il tempo è il principale servo della vita, mentre noi, erroneamente, associamo il suo scorrere alla morte…

Se Tabù, il precedente romanzo pubblicato da Giordano Tedoldi, si poteva anche definire come una mina vagante, Necropolis è senz’altro qualcosa in più. Non un’evoluzione dello scrittore, bensì un’altra pagina o meglio, un altro gradino. Ma, si badi bene, non sulla scala della qualità, ma su quella della letteratura che non ha direzioni. L’alto non significa bellezza così come il basso non determina l’orrore. Sulle scale si cammina, si cambia prospettiva, altezze e registri, il tempo si modifica di rampa in rampa. Così si affronta questo romanzo, che prima passa attraverso le radici piene di terra, ossa messe a macerare, vermi, corpi e lamenti e poi si innalza tra le nuvole, tra gli spiriti che non stanno in paradiso ma in luogo concreto, nel futuro che sta dietro l’angolo. Un romanzo sullo smarrimento dell’uomo, sullo scegliere come imposizione e dunque sul non scegliere come scelta contro un libero arbitrio obbligatorio, sulla morte che è un misterioso amalgama di leggerezza, malinconia, ricordo e desiderio di non tornare indietro, alla vita che è più pesante e angosciante del luogo, se di luogo si tratta, in cui si va morendo. Certo, non un romanzo da sottovalutare. La scrittura di Giordano Tedoldi non è fatta per essere letta distrattamente. Ci vuole impegno, il lettore è chiamato a partecipare attivamente ed è una pretesa più che legittima se si vuole arrivare alla fine di una storia con qualcosa di prezioso nella bisaccia. Non si tratta di narrativa di intrattenimento, si tratta di entrare in un magma di voci, odori, suoni, riflessioni che spingono, premono, penetrano e muoiono per farvi vivere una storia. E voi, lettori, se vi trovaste alle porte delle due Necropoli, quale scegliereste? Anzi, scegliereste?



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