Negri, froci, giudei & co.

Negri, froci, giudei & co.
Sin dalla notte dei tempi le varie civiltà si sono impegnate profondamente nella ricerca di qualcuno a cui contrapporsi. Il diverso - che spesso diventa un nemico contro il quale scagliare la propria forza - è uno strumento per misurare la propria virilità e misurarsi per essere sicuri di quello che si è. O, molto più spesso, non si è. Lo straniero nei secoli ha mutato faccia, contesto e situazione, ma mai la radice del suo significato, ovvero qualcuno da guardare con sospetto e ritrosia; individui di cui diffidare e a cui attribuire colpe delle quali vogliamo disfarci per non appesantire ulteriormente il peso delle nostre responsabilità aggravando, invece, il nostro essere individui estremamente provinciali, molto più spesso ignoranti, ancora più frequentemente miopi e stupidi. In Europa, come negli Stati Uniti d’America, trovare il diverso e lo straniero ha fornito un ottimo strumento politico per fare leva su quegli istinti bassi e triviali che si legano allo spirito nazionalistico più becero e cafone. In Italia gli esempi si sprecano e fanno quasi sempre capo alle idee più estreme che siano esse propugnate dalla Lega Nord o dalle frange più reazionarie della destra. Al Carroccio, archiviato (ma non troppo) il mito del Terrone sporco ed ignorante, che ruba il lavoro o è fancazzista nella migliore delle ipotesi, è tornato politicamente utile seminare lo spauracchio ora del marocchino ora del rumeno sempre ed invariabilmente stupratori, spacciatori, pisciaportoni, e tutta una serie di colorite etichette che appartengono fittamente al curatissimo e costantemente aggiornato dizionario del popolo padano. Stesso pentagramma per quella destra italianissima che vorrebbe ogni immigrato fuori dal Paese per una serie di ragioni tra cui spicca, per assurdità storica, quella di voler preservare pura la razza. Quella italiana, che non è altro che crogiuolo e melting pot di razze altre. Il sentimento strisciante di razzismo xenofobia, intolleranza per il negro, il frocio, l’ebreo, il rumeno, lo zingaro è un fenomeno dilagante in tutta l’Europa, dove nascono quotidianamente partiti e partitini che fanno della purezza della razza e della cacciata dei “mori” il loro grido di battaglia ed il loro credo. Dall’Ungheria alla Francia, dalla Russia all’Inghilterra è tutto un “dagli allo straniero ed al diverso”, tutto un ricercare le proprie radici provando a ricostituire una propria verginità…
Gian Antonio Stella, tra il serio ed il faceto, ricostruisce la storia di questa cosa che chiamiamo uniformemente intolleranza. Dal terrore per il popoli barbari alla battaglia di Montaperti tra senesi e fiorentini, dalle descrizioni mostruose e mirabolanti dei popoli lontani alle pulizie etniche tra africani, Stella propone un quadro storico e politico di questo eterno conflitto tra “noi” e gli “altri”, dove gli “altri” sono tutti coloro che per un motivo o per un altro non consideriamo simili per il colore della pelle, per l’appartenenza religiosa, per la lingua parlata o per i gusti sessuali. Con un occhio ad internet, pozzo senza fondo di qualsivoglia esternazione a carattere razzista ed uno alla mappa dei partiti xenofobi, nazionalisti, identitari che si fanno spazio pericolosamente in seno all’Europa e non solo, Negri, froci, giudei & co. intrattiene il lettore su quella che sta diventando una vera e propria pandemia di intolleranza che prende piede dalla convinzione di essere il centro del mondo (“Questa idea di essere al centro del mondo, in realtà, l’abbiamo dentro tutti. Da sempre. Ed è in qualche modo alla base, quando viene stravolta e forzata, di ogni teoria xenofoba. Tutti hanno teorizzato la loro centralità. Tutti”) e quindi dal sentirsi autorizzati a considerare gli altri esseri inferiori, spregevoli, disprezzabili, assimilabili a quell’orrida categoria di sottouomini per i quali la morte, possibilmente lenta e dolorosa, è l’unica strada percorribile. Tutto questo in un libro che non lesina citazioni storiche di spessore, andando a ripescare i resoconti dei cronachisti, degli storici romani, dei monaci che andavano ad evangelizzare le terre selvagge. Magari qualche passaggio potrà anche annoiare, verrebbe voglia di saltare le pagine a piè pari, ma tutti rientrano rigorosamente in un ragionamento lineare per spiegare che l’intolleranza, l’insofferenza verso l’altro non è un fenomeno nuovo nella storia e che sempre c’è stato, per un popolo, qualcuno a cui contrapporsi. Sempre. Per arrivare ai vari Borghezio, Gentilini, Mussolini, Boso e Calderoli, che con le loro bordate talvolta fanno ridere, altre volte vergognarsi di esserne connazionali, bisogna partire da molto lontano per capire quali siano le vere radici di questo etnocentrismo esasperato ed ossessivo che fa spostare l’obiettivo dall’immigrato allo zingaro a seconda di quale argomento sia politicamente più spendibile, con buona pace del terrone, declassato dalla Top ten dell’indesiderabile. Una lettura preziosa per capire la deriva che stiamo prendendo e per renderci conto di quanto stretto sia il nostro giardino e miope la nostra vista.

 

 

 

 
 
 
 
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