Nel buio dell'inverno

Nel buio dell'inverno
In una valle desolata persa ai margini del bush australiano, quattro persone sono intrappolate in uno strano, assurdo incubo. Murray Jaccob si è rifugiato in quel luogo solitario per annegare nell’alcol un passato infelice; Ida e Maurice Stubbs sono sposati da trentasei anni e vivono da sempre nella valle; Ronnie infine è la ragazza di un rocker: incinta, attende tra un trip all’lsd e una crisi depressiva che il suo uomo torni da una tournèe musicale. Le loro notti sono tormentate da un misterioso essere che trucida gli animali delle fattorie e sembra aspettarli in agguato nella notte…
C’è il Dio Pan, là fuori. Respira nel bosco di notte, annusa affamato. E all’improvviso colpisce, morde, uccide, dilania, fa il bagno nel sangue. “Hai mai visto il sangue alla luce della luna? E’ nero...” diceva Hannibal Lecter ne Il delitto della terza luna di Thomas Harris, e non ho potuto fare a meno di ripensare ossessivamente a queste parole, durante la lettura del romanzo di Winton, quello che inaugura la fase della sua piena maturità di scrittore, spalmata lungo gli anni ‘90. Oh. Dimenticavo Pan: eccolo che spia da dietro quell’albero vecchio e umido. Non importa che nel plot dell’autore australiano l’orrore in agguato nelle tenebre sia un gatto, o lo spirito di uno o più gatti in cerca di vendetta, non importa: è Pan, fidatevi, il caro vecchio Pan. E’ il gomitolo dei segreti, dei rancori, delle meschinità dei protagonisti che si incarna, è la natura che detta le sue leggi nel suo territorio e fa la voce grossa con un manipolo isolato di uomini: tra le loro torri di vetro e cemento sono invincibili, ma qui nel bush è un altro paio di maniche, qui le leggi sono diverse. E l’assedio nel quale la ‘creatura’ stringe i protagonisti è il simbolo della marea dell’inconscio che cresce incontrollabile, del rimosso/rimorso che affiora dall’abisso. Gli assediati nascondono tutti un trauma, un ricordo di dolore, e man mano che ci si inoltra nella lettura, le differenze tra orrore esterno e orrore interno si annullano, le sagome si sovrappongono fino a diventare indistinguibili. La prosa di Winton è raggelante, evocativa, estremamente stilizzata nel suo continuo alludere senza mai descrivere, senza mai raccontare. Parte da uno spunto che sembra preso di peso da un B-movie underground degli anni ’60 (curioso come, in una sorta di eterno ritorno, da Nel buio dell’inverno nel 1998 sia stato tratto un film diretto da James Bogle) e lo utilizza in modo assolutamente inaspettato, spiazzante. Stephen King va a fare un picnic con Agota Kristof. A Hanging Rock, ovvio.

 

 

 

 
 
 
 
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