Nel cuore di Montmartre

Nel cuore di Montmartre

Marie Clémentine è una creatura selvaggia e ribelle cresciuta nei vicoli di Montmartre: ne conosce ogni pietra, si muove a proprio agio per i caffè, le botteghe brulicanti di vita. All’epoca quello è ancora un quartiere popolare rispetto al centro di Parigi, ma è frequentato da studenti e artisti che gli conferiranno un’aura intellettuale, anticonformista, eccentrica, per la quale diventerà leggendario. La ragazzina brilla di intelligenza, sebbene sia del tutto ignorante, figlia di una povera ubriacona che cerca di tirare avanti come può, vive sulla strada e da quella sola apprende. È coriacea, egocentrica, di un’inspiegabile vitalità considerati gli stenti e l’abbrutimento familiare in cui cresce, mangia il mondo con gli occhi diventandone protagonista. Siamo alla fine del 1800, Montmartre si avvia ormai a diventare il cuore artistico d’Europa, antro creativo in cui confluiscono i maggiori pittori del tempo, una fucina di idee, colori, scambi intellettuali innaffiati dall’assenzio che esaspera le passioni, accende l’immaginazione. Osserva, chiacchiera, si fa amica dei viandanti, parlando a volte con artisti famosi come Degas senza averne consapevolezza. Diventerà una modella, prestando il corpo esile di adolescente sensuale all’occhio artistico dei pittori da cui è circondata, molti dei quali, in nome un’indole carnale e appassionata, saranno suoi amanti, senza peraltro alcun diritto di esclusiva. Inizia a disegnare per gioco, ha un tratto istintivo totalmente privo di tecnica, ma c’è qualcosa nei suoi schizzi che… ne andrà pazzo Toulouse-Lautrec, pittore piuttosto affermato, amico, mentore, probabilmente amante, di sicuro sostenitore del suo talento. Le cambierà il nome in Suzanne, dandole consigli e dedicandole diversi ritratti. Sarà lui a condurla dal vecchio Degas perché gli mostri i suoi disegni, questo segnerà una svolta nella vita di colei che il vecchio maestro chiamerà da quel momento in poi “la terribile Marie” . All’interesse crescente per la pittura, si accompagna quello per la sregolatezza e l’amore, cui Suzanne si dà gioiosamente, diventando ancora diciottenne madre inadeguata di Maurice, sulla cui paternità sorvolerà a lungo. Il piccolo, allevato dalla nonna alcolizzata, resa forse più sobria dal novello ruolo educativo, assorbirà come una spugna il talento materno, la follia febbrile di Montmartre, i bicchieri di vino offertigli dalla nonna per contenerne le crisi di nervi. Alcolista precocissimo, come Modigliani e molti suoi contemporanei, diverrà un pittore di fama - oscurando perfino sua madre - dipingendo furiosamente tra un ricovero psichiatrico e l’altro, spesso insieme a lei, in un intrigo di vite, matrimoni, tele, in cui l’arte si mescola all’esistenza in un amalgama inscindibile. Poi entra in scene André Utter, amico di Maurice, anch’egli pittore: nasce la triade maledetta dell’arte che darà fiato anche alla stampa scandalistica: Valadon, Utrillo - cognome di Maurice per riconoscimento del padre - Utter…

Questo libro racconta, con un taglio che dà spazio anche al contesto storico e culturale dell’epoca, l’incredibile vita di Suzanne Valadon, la sua parabola ascensionale verso l’Olimpo degli impressionisti, partendo dal nulla, a differenza di artisti come Lautrec che avevano spalle facoltose, solide basi culturali. Si legge con interesse e curiosità, non solo per l’avvincente soggetto-la vita di Suzanne è un romanzo già di per sé- ma anche per la ricostruzione piuttosto affascinante dell’atmosfera di Montmartre, col tipico fervore dell’intellighenzia che si ritrova ai tavoli del “Chat Noir” tra volute di fumo, musica in sottofondo, ma anche in più piccanti anfratti o negli atelier dei pittori, spesso teatro di libagioni monumentali, famoso per dissolutezze lo studio di Lautrec. Molti gli aneddoti su ciascuno dei protagonisti del movimento impressionista, che rendono la lettura un vero piacere soprattutto per chi ha familiarità con le loro tele. Scorrono tra le pagine le ballerine di Degas, prigioniero di un’ipocondriaca vecchiaia e di un’incontenibile smania da collezionismo; le donnine di Lautrec; i ritratti di Renoir; i visi allungati, smunti di Modigliani, solo per citare i più noti, che fanno parte di quel luminoso circuito artistico ed esistenziale la cui sregolatezza, a volte decadente, si fa fonte di ispirazione perpetuata dall’arte. Consiglio il libro agli appassionati di pittura, rivedranno molti quadri e volti e tratti pittorici familiari sotto una nuova luce. Chi ha poi una certa consuetudine col Museo d’Orsay e un cuore impressionista, che pulsa en plein air, sebbene inchiodato alla scrivania del XXI secolo, apprezzerà la lettura in uno stato di grazia prossimo all’estasi.



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