Nel grande vuoto

Futuro prossimo, Roma. Meister Eckhart è un “debunker” privato. Il suo mestiere è individuare le bufale che girano nell’Aion – la rete alla quale tutta l’umanità è connessa h24 – e aiutare quindi i suoi clienti a distinguere la “realtà” da tutto ciò che è fake nelle loro vite. Il problema è che il concetto di realtà è abbastanza relativo in una società in cui ogni persona mostra un aspetto fisico virtuale, tanto più fascinoso quanto è stato acquistato a caro prezzo (con qualche eccezione, perché alcuni eccentrici scelgono avatar sovrappeso o imperfetti per vezzo) e tutti sembrano avere come unico scopo quello di andare in Tendenza anche se per pochissimo. E così Eckhart riceve una cliente, la sensuale Eva – che vestita come una femme fatale gli chiede di indagare sulla morte del figlio mentre aspira voluttuosamente boccate di sigaretta e sfoggia lunghe gambe accavallate – nel suo studio, con la enorme vetrata che dà direttamente sul fondale marino e il grande ritratto di Oda Nobunaga appeso a una parete: ma in realtà l’uomo vive in una vecchia automobile parcheggiata lungo il Tevere, come un clochard. L’incontro con Eva, l’incarico: tutto virtuale, come del resto accade a ogni persona, nell’Aion. Ma Eckhart ha qualcosa di diverso da tutti, una benedizione e una maledizione al tempo stesso: il suo occhio sinistro è “scollegato” dall’Aion e vede la realtà come effettivamente è, quindi basta che lui si copra l’occhio destro per trovarsi precipitato in un mondo squallido, grigio e in rovina popolato da disgraziati che fingono di essere quelli che non sono…

Finalista al Premio Calvino XXIX con Baratro, una distopia anticapitalista, e menzione speciale della giuria nella XXXI edizione dello stesso premio letterario con questo Nel grande vuoto per il suo “suggestivo uso di cliché e di citazioni provenienti da un immaginario visivo squisitamente contemporaneo”, Adil Bellafqih è nato a Sassuolo da papà marocchino e mamma italiana ventinove anni fa. E la sua gioventù, se da una parte dona al suo romanzo una innegabile freschezza e un approccio al tema dei social network preciso e a fuoco, dall’altra fatalmente gli fa pagare dazio. Lo stile a tratti è un po’ acerbo e non sempre Bellafqih riesce a governare le citazioni e i riferimenti, che nel romanzo abbondano – il che di per sé non sarebbe un male – ma a volte hanno un sapore un po’ “liceale”, da ragazzo, appunto. Per dire, il protagonista deve il suo nome al filosofo e mistico medievale Eckhart von Hochheim (Meister Eckhart), che predicava la necessità di “Abbandonare ogni pensiero, ogni idea, ogni conoscenza”, un altro personaggio (non possiamo essere più chiari per non fare uno spoiler criminale) si chiama Akira Otomo come il protagonista del manga e dell’anime di Katsuhiro Ōtomo, datato 1988. Va detto poi che l’ibridazione tra hard-boiled e cyberpunk ha rappresentato una trovata geniale in letteratura e nel cinema, ma ormai è decisamente inflazionata. Peccati veniali comunque che non pregiudicano il fascino e la riuscita di un romanzo molto efficace nell’indagare sulla tragedia della “forbice malthusiana tra numero di informazioni e individui capaci di decodificarle” e nel dare corpo al crescente, sotterraneo desiderio di “sparire” dai social e dal web, lontano dagli occhi rapaci delle aziende e dal giudizio onnipresente e morboso dei nostri simili e - peggio ancora - di noi stessi.

LEGGI LINTERVISTA AD ADIL BELLAFQIH



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