Nel nome del figlio

Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

La proprietà di suo padre brucia, il fuoco scende verso l’uliveto, i recinti e le stalle delle capre dopo aver attaccato le colline circostanti. Non è la prima volta che accade: è già successo molte volte da quando suo padre ha ereditato gli ulivi dallo zio morto in solitudine di polmonite dopo aver investito in quei campi il ricavato degli anni di miseria, fame e freddo patiti da emigrante a New York. L’uomo, che si era letteralmente sfamato con l’erba dei parchi e aveva ucciso cani randagi per farsi scarpe con la loro pelle, era tornato a Dulcigno per morirvi con la sola compagnia della vedova di suo fratello, del nipote adolescente e della donna che gli portava il latte di capre che ne ha favorito la sopravvivenza oltre ogni prognosi. Suo padre ha ricostruito i recinti e ripiantato gli uliveti ogni volta che il fuoco li ha divorati, forse per espiare tutti gli anni in cui li aveva trascurati in precedenza. Suo padre, però, sta progressivamente cedendo terreno della propria anima alla depressione oltre che terra agli incendi, il figlio sa che questa volta sarà diverso, che non farà alcuno sforzo per ricominciare. Il figlio esce di casa in una delle molte notti tormentate che lo affliggono da quando sua moglie lo ha lasciato e si avvia in una città infestata da una detestabile umanità. Il giovane uomo è sopraffatto dallo schifo, vaga in preda a una nausea che lo coglie man mano che osserva i segni dell’invasione che ha snaturato Dolcigno: una città che si prostituisce ormai senza altro scopo che solleticare le velleità di un turismo di nuovi ricchi o aspiranti tali, un’invasione di Mercedes vecchie dieci anni e catenelle d’oro che attirano le voglie delle adolescenti locali. Il figlio vaga in una notte inquieta in cui sono venuti al pettine molti nodi: il suo rapporto col padre, la morte del fratello, il disprezzo che sua madre non gli ha risparmiato nemmeno in punto di morte. Quello che lo disturba in maniera intollerabile sono le puzze, uomini, animali, deiezioni, sudore lo ossessionano, popolano le sue elucubrazioni sul passato e sul presente, non riesce a scindere la Storia dalle puzze che gli esseri umani si portano dietro. Nel suo peregrinare incontra persone del passato e anime perse: il gigante Uros, la cosa più vicina ad un amico che abbia avuto da bambino, un predicatore musulmano, una prostituta bambina i cui servigi sono pubblicizzati e venduti dall’orribile padre Duro…

Il disprezzo profondo, insanabile del protagonista per l’umanità è il filo rosso che percorre tutta la narrazione di Nel nome del figlio, primo volume di una Trilogia della Venuta nella quale Andrej Nikolaidis allude all’attesa della seconda venuta di un Messia. Le elucubrazioni del narratore senza nome convogliano in tre intensi capitoli il suo odio assoluto per l’umanità, il suo vivere isolato su una collina assediata dal fuoco e dalle vipere, l’inesistente rapporto col padre, il senso di colpa lacerante per la morte del fratello, il disprezzo per chi lo ha “perdonato”, la rabbia verso chi non lo ha fatto, l’attrazione inspiegabile verso il grottesco, verso le più infime abiezioni umane, il suo rifiuto da due anni di qualsiasi lettura che non fosse retriva cronaca nera, storie di serial killer e cannibali, il suo rapporto con la fisicità e il sesso... Leggere Nel nome del figlio in ordine inverso rispetto a L’arrivo, che è nominalmente il secondo volume della trilogia, mi ha messa di fronte a uno stile ancora acerbo, che in nuce contiene i temi che sono stati trattati in maniera più matura e organica nel volume successivo. Questo primo romanzo contiene un odio per la razza umana vomitato da un giovane uomo irrisolto, sembra scritto da un ventenne che ha appena letto Lo straniero di Camus e ne è rimasto folgorato. Non è Albert Camus l’unico riferimento riconoscibile in questo romanzo che si apre con una citazione di Thomas Bernhard, autore al quale la critica internazionale assimila Nikolaidis, ci sono una certa ridicolizzazione dei personaggi letterari depressi, una chiamata in causa di Freud, allusioni a Tolstoj e alle sue famiglie ciascuna felice a modo proprio. Nikolaidis, che abbiamo intervistato di recente, è un uomo molto colto, che infarcisce la sua narrazione di riferimenti storici, acute osservazioni politiche, giudizi inappellabili sulla corruzione dell’umanità. Nel nome del Figlio, che è valso all’autore il Premio dell’Unione europea per la Letteratura, è un romanzo complesso, ben articolato, lucidamente ossessivo, che indaga le pieghe più recondite dell’animo umano ma ne lascia irrisolte le contraddizioni, pone più interrogativi che risposte e lascia intravedere un autore che sembra avere poche speranze di redenzione per i propri simili. È un osservatore attento della realtà balcanica, che vive in un piccolo Stato, il Montenegro, che si inventa giorno per giorno e si snatura per meglio venire incontro alle esigenze di un turismo dilagante e onnivoro che al suo passaggio inghiotte personalità, culture e tradizioni lasciando solo la peste dei rifiuti.

 


 

0

Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER