Nel profondo

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“Se fossi ancora la donna che eri sedici anni fa, credo che lo farei davvero: te le darei fino a farti confessare. Ma ormai non è più possibile. Sei troppo vecchia, e picchiarti non servirebbe a niente. I ricordi brillano nel buio come bicchieri in frantumi, e poi svaniscono”. L’ha cercata per sedici lunghi anni sua madre Sarah, ha chiamato di continuo obitori e ospedali, è tornata sul fiume dove ha vissuto con lei in simbiosi per i suoi primi tredici anni, fino al giorno in cui lei l’ha abbandonata alla fermata degli autobus. Niente, nessuna traccia. Poi, un giorno, Gretel – che ora di anni ne ha trentadue, è riflessiva, solitaria e lavora come lessicografa, aggiorna cioè le voci del dizionario – ha ricevuto una telefonata. Hanno ritrovato sua madre e adesso sta con lei in un cottage, ma l’Alzheimer la sta consumando anche nel fisico minuto. Non è più la donna straordinaria che ricordava sua figlia e soprattutto è difficile possa rispondere alle sue domande. Gretel, infatti, ha soltanto ricordi confusi della sua infanzia vissuta su una chiatta sulle acque torbide dell’Isis, il tratto del Tamigi che bagna Oxford; una esistenza selvaggia su quel fiume dalle rive aspre che era tutta la loro vita, con quella madre adorata e bizzarra, fuori da ogni schema, che pescava con agilità sorprendente e scuoiava gli animali che cacciava, che le insegnava cose bellissime sulle stelle, sugli animali, sulle parole leggendogliele dai libri che avevano sull’imbarcazione. Gretel, in particolare, non riesce a ricordare più gli eventi dell’ultimo anno, quando sulla barca ha vissuto con loro un ospite, Marcus, uno strano personaggio che un giorno era comparso come dal nulla ed era entrato nelle loro vite. Dove era finito poi? In questa ricerca di sua madre, in questo viaggio doloroso nella memoria perduta c’è un filo che ha continuato a tenerle legate nella distanza, ma che si è fatto anch’esso assai esile; è quella lingua che loro due usavano sul fiume, una lingua tutta loro di parole ed espressioni inventate. “Se in qualche modo è vero che il linguaggio condiziona il nostro modo di pensare, non avrei mai potuto essere diversa da com’ero. E la lingua che avevo imparato fin da piccola, non la parlava nessun altro. Quindi sarei rimasta sempre emarginata, sola, e a disagio con gli altri. È la mia lingua a imporlo. La lingua che mi avevi insegnato tu”. Era la lingua del loro mondo sul fiume e quando era rimasta sola Gretel aveva perso anche le parole, tra gli altri quelle che conosceva lei non servivano. Aveva cercato allora di dimenticare proprio tutto, più o meno coscientemente, e le era rimasta soltanto la parola più brutta di tutte, il Bonak, quella con cui loro due indicavano il Male assoluto, che era anche un essere astuto che partecipava di mare e terra, di uomo e animale, di squame e ventre molle, un pericolo costante che minacciava la loro pace sul fiume. Sarah un giorno lo aveva ucciso e scuoiato ma per tutta la vita se ne è sentita minacciata. Perché il Bonak è anche altro, nasconde tutto quello che Gretel non ricorda più e che ha un disperato bisogno di conoscere da quella madre che non può più aiutarla. “Il passato non è un filo che ci lasciamo alle spalle, ma un’ancora”, dice Gretel, e non importa se “La memoria non è una linea retta, ma una serie di giri tortuosi che vanno avanti e indietro nel tempo”; forse è possibile ricordare se in quel cottage prima di ogni altra cosa riusciranno a recuperare le loro parole, il loro legame. Ma sarà possibile davvero? Si svelerà il segreto che Sarah non vuole ricordare? Perché, quando ogni pezzo andrà al suo posto, Gretel le dirà quelle parole terribili? “Mi aspetto che anche quelle storie ti abbandonino. Sarebbe meglio se svanissero nel nulla. Se ti scordassi tutto quello che mi hai raccontato. Invece restano lì, continuano a perseguitarti, e ti tappi la bocca con le mani per cercare di ricacciarle indietro”…

Dopo una raccolta di racconti ancora inedita in Italia intitolata Fen – i cui protagonisti sono uomini che si mutano in animali e donne cannibali - che aveva lasciato perplessa la critica, la ventisettenne britannica Daisy Johnson scrive questo romanzo perturbante e magnetico, ricco di suggestioni che spaziano dal mito greco classico alla favola al folklore nordico, grazie al quale diventa la più giovane candidata al Man Booker Prize nella storia del prestigioso premio. Perturbante è anche la definizione che sceglie il Sunday Times, precisamente “Un romanzo profondamente coinvolgente e perturbante che trasporta il lettore in un mondo straordinariamente sinistro”. Così come Gretel dice a proposito della memoria, anche questa storia non procede in linea retta, a cominciare dai piani temporali che si susseguono, si rincorrono e si incastrano per formare un quadro completo chiaro e omogeneo soltanto all’ultima pagina; a finire alle voci narranti (e quindi ai punti di vista) che sono due, una in prima persona che coincide con Gretel e una esterna, terza. Questi salti temporali e narrativi possono risultare spiazzanti per il lettore ma rispondono ad uno schema che si coglie piano piano, nel quale i capitoli intitolati allo stesso modo (Il cottage, Il fiume, La caccia) e ricorrenti corrispondono ai luoghi di questa storia. “I luoghi dove siamo nati ritornano. Si travestono da emicranie, mal di stomaco, insonnia. […] Se ci rovesciassero come un guanto, troverebbero delle mappe dietro la pelle. Servono proprio a ritrovare la strada di casa”. Attraverso i luoghi del suo passato ricostruiti nella memoria, attraverso i racconti che possono apparire confusi al lettore come confusa è Gretel, lei cerca di tornare, appunto, a casa. Come la protagonista della favola omonima dei Fratelli Grimm, lei cerca i sassolini sparsi nella memoria sua e di sua madre per fare ritorno alla casa sul fiume che nel ricordo tutto trascina, tutto porta con sé, tutto rende torbido, fluido, magmatico, melmoso, fangoso; per tornare al legame con sua madre, a quel qualcosa di oscuro che incombe dal passato come una maledizione. Ed eccolo, evidente al lettore più smaliziato – ma anche dichiarato apertamente dall’autrice –, il richiamo all’Edipo Re di Sofocle, al mito tabù dell’incesto, rivisitato capovolto e riscritto da questa giovanissima autrice che, decisamente, osa e non poco. Nell’ottica della tragedia greca classica si riconosce un oracolo che, proprio come Tiresia del mito, è femmina ma anche maschio (anche in questo caso, come per l’incesto, con un capovolgimento); e si riconosce un coro che narra e lamenta il destino dei protagonisti nei personaggi di contorno, meno definiti ma vividi e pulsanti nella storia. Eppure, a ben guardare, non si tratta di una vera e propria rilettura dell’Edipo, quanto della scelta di farne un puntello, una base d’appoggio, la struttura portante di una vicenda che agli elementi simbolici della favola classica, del mito greco e delle mitologie nordiche mescola elementi moderni di natura psicanalitica che attengono alla rabbia, al dolore, al perdono, all’abbandono, al senso di colpa, oltre che, ovviamente, alla maternità e alla sofferenza psicologica che talvolta vi è connaturata. Tutti questi elementi rendono questo romanzo strano, originale – sperimentale è stato detto – ricco di suggestioni, asfissiante ma fascinoso, un romanzo che è anche una favola nera dalla forte dimensione psichica curata ed è sì ambizioso, soprattutto per una autrice così giovane al suo primo romanzo, ma abbastanza riuscito sicché la domanda vera è dove una maggiore maturità potrà condurre la Johnson in futuro. Particolarmente interessante sarebbe approfondire il ruolo del linguaggio e delle parole ma diventerebbe necessario aprire un discorso ampio. Ci si può contentare allora di un paio di osservazioni. Innanzitutto riconoscere che il titolo originale, Everything Under, è assai più evocativo e suggestivo di quello italiano e pare alludere a diverse interpretazioni possibili, tutte plausibili e rispondenti a diverse chiavi di lettura del romanzo. E poi certamente considerare il lavoro del traduttore, Stefano Tummolini, che è stato eccezionale e, si intuisce, difficile, tanto che possiamo soltanto intuirne lo sforzo e l’impegno. Particolarmente interessante è leggere il racconto che lui fa di questa esperienza. Dice di essersi trovato davanti ad una lingua parlata tra la campagna e i canali dell’Oxfordshire, impossibile da rendere con un equivalente italiano, e che per riuscire a dare efficacia al “lessico famigliare” inventato parlato tra madre e figlia ha dovuto fare “uno sforzo di immaginazione” attingendo al proprio lessico personale e perseguendo lo scopo di “restituire quella sensazione di familiarità, di appartenenza, anche di nostalgia, che proviamo quando certe parole ci ritornano dal profondo”. Parolacce comprese. Se vorrete cimentarvi con questa lettura, con questa storia strana dalla scrittura aspra, non ve ne pentirete, ma preparatevi ad affrontare acque torbide, limacciose e insidiose e a dover ammettere l’assunto inquietante che “Ogni decisione che prendiamo è solo un miraggio, un fantasma per convincerci del libero arbitrio”. Proprio come da secoli continua ripeterci la storia terribile di Edipo, tragico re di Tebe.



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