Nel territorio del diavolo

Nel territorio del diavolo

Alexander Sarris lascia il piccolo paesino d’origine per andare a cercare fortuna a New York: è di famiglia cattolicissima, di origine greca, ed è anche omosessuale. Per questo la Grande Mela può offrirgli una qualità di vita diversa e consegnargli quelle opportunità che la tranquilla periferia sembra negargli. Alex è istruito, intelligente e curioso: è notato da Lee Atwater, il famigerato Boogie man che ha lavorato come consigliere per molti presidenti americani repubblicani, il quale lo vuole nella sua squadra per portare George Bush senior, in competizione con Michael Dukakis, democratico e di origine greche come Alex, sulla poltrona della presidenza degli Stati Uniti. È il 1988, Bush ha un ritardo di oltre 10 punti di percentuale nei sondaggi: per questo la campagna elettorale è particolarmente dura, giocata oltre il campo del lecito, piena di colpi bassi, ingiurie personali. Insomma si sconfina spesso e volentieri nel territorio del diavolo perché alla fine tutto quello che conta è portare a casa il risultato, a discapito della reputazione e della vita privata. Contemporaneamente Alex, che dimostra un certo distacco dal fango della politica e per questo è più funzionale ai piani di Lee, vive la sua più importante storia d’amore con Amancio. Ma siamo agli inizia degli anni ’90 e il male del secolo è l’AIDS, da cui neppure Amancio è immune. Così Alex si trova proiettato da un giorno all’altro dai locali di lusso di Manhattan dove aveva potuto toccare e vedere con mano il potere, al capezzale di Lee, colpito giovanissimo da un tumore al cervello, a quello di Amancio, impegnato a fronteggiare la sua personale competizione contro la malattia. La vita di Alex cambia, mostrandogli il lato più amaro: dal potere all’impotenza…

Settimo libro di Antonio Monda dedicato all’America e soprattutto a New York, in Nel territorio del diavolo è messo in scena, in modo quasi didascalico, il conflitto perenne fra bene e male, con una certa simpatia per quest’ultimo. Monda si concentra su due temi particolarmente importanti alla fine degli anni ’90: i diritti della comunità gay, circondata da pregiudizi ed isolata dall’AIDS, e i diritti degli uomini politici, in balìa dei media, delle dicerie, per questo smontati e svuotati di ogni intimità. Ne esce fuori un quadro realistico e complesso, che però non appesantisce la lettura. Lo stile bilancia ed alterna toni più intimistici con quelli volgari della politica spudorata praticata da Boogie man, che pure viene fatto uscire dal cliché dell’uomo pronto a tutto, del burattinaio, per essere descritto nel lato più umano dell’uomo che sta per affrontare la sua fine ineluttabile e che si guarda intorno per recuperare rapporti umani calpestati per tanti anni, dimostrando tutta la sua fragilità quando si rifugia nella famiglia, fra le braccia della moglie e delle figlie, al momento di presentare il conto a Dio. È un libro sulla fede, sulla critica alla manifestazione di Dio in Terra e sulla ricerca di Dio nella difficoltà, una ricerca contraddittoria e contorta. Libro gustoso e colto, si lascia leggere con piacere nonostante alcune ovvietà che però, nell’economia dell’intero racconto, scivolano via schiacciate dal macigno del conflitto e della minaccia continua del Male.



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