Nelle tempeste d’acciaio

Nelle tempeste d’acciaio

1915. Le reclute scendono dal treno. Il cartello alla stazione dice Bazancourt, una cittadina francese. Si scambiano sguardi preoccupati quando sentono in lontananza i rombi che arrivano dal fronte: sembrano tuoni, ma sono cannonate. Hanno lasciato aule universitarie, banchi di scuola, officine. Qualche settimana di addestramento ha fatto di loro “un sol corpo bruciante d’entusiasmo”. Partiti tra ali di folla festanti e col saluto commosso dei genitori e delle fidanzate ancora negli occhi, sono “ebbri di rose e di sangue”. Dopo una dura marcia le reclute raggiungono il villaggio di Orainville per unirsi al 73° Reggimento fucilieri. “(…) pochi i civili, timorosi e laceri; dappertutto militari in uniformi vecchie e logore, i visi segnati dalle intemperie quasi tutti incorniciati da lunghe barbe”. A dare il benvenuto ai giovani soldati una raffica di granate. C’è sangue dappertutto, l’entusiasmo guerresco di molti già si raffredda. Da quel giorno in poi trasaliranno e salteranno su a ogni rumore improvviso, temendo sempre il peggio. Non passa molto e alle reclute tocca la prima battaglia: al ritmo di ordini secchi si marcia di notte tra “lo sfarfallio dei razzi” e “il vacillare lento della fucileria”, mentre le pallottole ronzano nell’aria come vespe…

Autopubblicato nel 1920 con i soldi di papà (e non per il fantomatico editore Robert Meier che compare sulla copertina della prima edizione, in realtà il giardiniere di famiglia) e negli anni seguenti riveduto ed ampliato quasi del doppio, Nelle tempeste d’acciaio è un memoir bellico dal successo controverso e dalla storia editoriale a dir poco articolata. In patria fu sin da subito molto popolare tra le associazioni di reduci della Grande Guerra, i circoli nazionalisti, i partiti conservatori, il nascente movimento nazionalsocialista, forse anche al di là delle intenzioni di Ernst Jünger, che avrebbe voluto essere apprezzato più per la sua figura di intellettuale poliedrico che per i suoi ricordi di trincea. In Italia rimase inedito fino al 1961, per diventare poi un vero classico per il pubblico di destra più legato al mito della “tradizione aristocratica e guerriera” europea e una sorta di libro maledetto per gli altri. Il diario del giovanissimo soldato volontario Jünger copre l’intero arco della Prima Guerra Mondiale, dall’arruolamento al Distretto di Hannover fino all’inferno della Somme. Anni di bombardamenti, cariche alla baionetta, ferite (ben quattordici) e medaglie al valore. Anni di acciaio, piombo, fango e sangue. Si tratta di un diario di guerra spiazzante per il lettore, che la quasi totalità della memorialistica in questo campo ha ormai assuefatto all’approccio “descrivo tali orrori che la mia testimonianza non può che diventare un manifesto antimilitarista”. Qui non c’è denuncia. C’è la cronaca di una cruenta campagna militare fatta da un ragazzo che va à la guerre comme à la guerre, che vive in un mondo e in una cultura che considera lo scontro armato un metodo perfettamente legittimo di sbrigare le questioni internazionali (e del resto così è sempre stato nella storia umana, quindi questa opinione – sebbene politically uncorrect – era ed è tutt’altro che campata in aria), che si è calato nel suo ruolo di soldato e quindi è consapevole di trovarsi in una situazione nella quale per sopravvivere deve uccidere il nemico. E questo fa, meglio che può, con coraggio e concentrazione, riconoscendo al suo “dirimpettaio di trincea” – nei confronti del quale non mostra disprezzo, ma una sorta di leale rivalità – il diritto a fare la medesima cosa con lui. La mira (e il Fato che su tutti incombe) farà la differenza, qualcuno vincerà la guerra, qualcuno cesserà di vivere. Una sorta di “spariamoci così, senza rancore” che, assieme al disincanto con cui Jünger descrive la quotidianità della trincea e le giornate passate fianco a fianco con la morte, rende Nelle tempeste d’acciaio un vero e proprio pezzo unico, quello che Giorgio Zampa nella sua bella prefazione definisce “(…) un masso erratico nella distesa sterminata della letteratura europea”.

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