Nemmeno il tempo di sognare

Nemmeno il tempo di sognare

La notizia non è da prima pagina, in fondo l’omicidio di un trans che si prostituisce non è una gran sorpresa. Certo le modalità dell’omicidio qualche perplessità la suscitano: che motivo ci può essere per bruciare la faccia del morto visto che non mancano altri metodi per l’identificazione? Il giudice Erri Martello sente che non sarà un caso facile anche se c’è un indiziato perfetto: Stefano Sonnino, “fidanzato” di Barbie, visto da un testimone sul luogo del delitto, senza uno straccio di alibi che non siano una pizza e un cinema da solo. Qualcosa però non torna, né all’ispettore Raul Cavani – appena trasferito da Milano a Udine - a cui è affidato il caso, né al giudice e tantomeno ad Alex Nero, ex poliziotto a cui hanno ucciso moglie e figlia e che da quel momento vive in Slovenia con la sola compagnia di un cane, che viene ingaggiato dalla sorella del Sonnino, a cui lo lega una vecchia amicizia. È una piccola città Udine, e se il proprio nome viene accostato alla frequentazione di una trans si rischia la distruzione della propria vita sociale, soprattutto se si è un politico o un alto funzionario. Lo sanno bene il giudice Giuffrida, superiore di Martello e il commissario Santoruvo, che con la complicità di politici e carabinieri corrotti esercita il suo piccolo potere sulla città. Lo sanno i carabinieri e i poliziotti che usufruiscono dell’attività ‘professionale’ di trans e prostitute per soddisfare i loro vizi e arrotondare considerevolmente le entrate. E lo sa il senatore Ristagno, legato alla delinquenza e con un potere occulto che non si è guadagnato sul campo. La situazione sembra chiarirsi quando Laurenti - ex ‘tronista’ di scarso successo - viene trovato morto, apparentemente suicidatosi con la stessa arma che ha ucciso Barbie. Il caso sembra risolto: frequentava il trans, che faceva delle videoriprese ai suoi clienti, e per evitare il ricatto l’ha ucciso si è suicidato. Ma le domande che si accumulano insieme alle persone coinvolte sono tante. Troppi i personaggi in vista i soldi – puliti e non - e le reputazioni che girano intorno ai morti perché la soluzione sia così semplice…

Davvero ottima questa seconda prova di Pierluigi Porazzi dopo L’ombra del falco e i numerosi racconti che lo indicano da tempo come una voce potente nel panorama thriller-noir italiano. Decisamente cresciuto nello sviluppare la trama, complessa e lineare al tempo stesso, ha affinato i caratteri dei personaggi delineandoli con incisività e chiarezza. Una storia cattiva, perfettamente inserita nella realtà odierna, che calza a pennello alla provincia di confine, ormai equiparata alla metropoli per il sottobosco di poteri occulti e legati solo a denaro e potere. Fatto salvo Alex Nero, eroe positivo che abbiamo conosciuto nel precedente romanzo, fino alle ultime pagine molti dei protagonisti restano nel limbo, non si possono incasellare tra buoni o cattivi e questo dà una marcia in più a un romanzo che già di per sé marcia alla grande. Non mancano un paio di colpi di scena del tutto inaspettati che al lettore amante del genere richiamano alla mente i grandi scrittori stranieri. Con i quali leggendo non vengono da fare solo paragoni, ma legittimi accostamenti.


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