Neppure il silenzio è più tuo

Neppure il silenzio è più tuo
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È la notte del 15 luglio 2016. La strada davanti alla caserma di Harbiye a Istanbul è percorsa da mezzi militari e manifestanti. Il colpo di stato ha cambiato il volto della città, l’atmosfera è cupa, l’aria resa irrespirabile dal fumo degli incendi generati dalle esplosioni, i cadaveri aumentano in fretta e i tiratori scelti abbattono chiunque si trovi sotto tiro, fuggire ed esporsi è un suicidio. Le ambulanze faticano a recuperare feriti e morti. Le esplosioni si susseguono assordanti, i cani randagi corrono impazziti per le strade e mentre gli F-16 solcano il cielo non resta che attendere il corso degli eventi. “Rifugiata ai piedi di un muro, con la testa nascosta tra le braccia”, Asli aspetta che arrivi il momento giusto per muoversi dal riparo precario. Un grosso cane simile a un orso la segue, proseguono assieme come due spiriti spaventati che vagano senza meta. “È un altro tempo questo, un tempo immobile, in cui gli orologi non funzionano”. La fine della notte arriva ma non dà salvezza, è un’illusione e quando il sole sorge sulla terra intrisa di sangue non c’è pace. I linciaggi proseguono senza pause: “La luce che viene da un sole più lontano e più freddo non scalda, non consola, alle vite salvate o perdute non fa promesse”…

Neppure il silenzio è più tuo riprende nel titolo un verso della poesia Gimnopedia di Giorgos Seferis e raccoglie gli scritti più significativi di Asli Erdoğan, giornalista e scrittrice turca, impegnata nella difesa dei diritti umani e per questo incarcerata nel suo Paese e accusata di terrorismo a seguito del colpo di stato militare avvenuto a Istanbul nel 2016. Parte dei testi qui raccolti sono stati pubblicati sul quotidiano filocurdo “Özgür Gündem” (“Agenda Libera”), chiuso nel 2016 con l’accusa di propaganda terroristica. Il racconto di come i militari hanno massacrato la popolazione facendo strazio delle vittime e i rastrellamenti di innocenti, costituiscono solo parte delle memorie della scrittrice che ha spesso affrontato temi pericolosi nel suo paese, quali razzismo, tortura, schiavitù femminile, antisemitismo e i conflitti legati alla guerra turco-curda, attirando non poche critiche. La sua persona è spesso oggetto di campagne denigratorie. Una voce che, come tante nel panorama politico mondiale, si tenta di imbavagliare e il carcere, la diffamazione e la censura sono le armi più sfruttate, eppure inutili quando il desiderio di divulgare la verità per conquistare libertà e giustizia è più forte della paura del dolore e della morte. Affinché nel mondo tutti sentano il puzzo dei morti innocenti bruciati negli scantinati, i corpi fusi negli ultimi abbracci, e si indignino. “Nel rapporto sulla libertà di stampa stilato da Reporter Senza Frontiere siamo caduti al centocinquantunesimo posto su centottanta paesi, ovvero in una situazione più grave di molti paesi asiatici e africani.” Dopo essere stata privata della libertà e del passaporto, in seguito restituito, riuscire a scrivere di nuovo e concentrarsi è difficile, ma riprendere a viaggiare, ritirare premi e attestati di stima, allacciare contatti col mondo dona nuova forza a un’autrice che non smetterà mai di testimoniare il suo tempo. La Tirannia avrà sempre una fiera oppositrice: la Resistenza, Asli Erdoğan ne fa parte, poiché “la ricerca dell’uguaglianza è il principio fondamentale di tutte le lotte politiche, la sua componente fondamentale”.



 

 

 

 
 
 
 

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