Nero Dostoevskij

Nero Dostoevskij

Prima Oscar Peretti era solo un semplice impiegato in un’impresa di pompe funebri. Poi, quando ha sposato Nadia, donna ricchissima, proprietaria di un’importante gioielleria, la sua vita è cambiata. Anche se in pratica è diventato una sorta di cagnolino da sfoggiare nelle feste dell’alta società, ora può godersi la ricchezza e i benefici di un’esistenza agiata. Guarda tutti dall’alto in basso, offre mance e non si fa mancare nulla. Ma ora un demone lo ha posseduto: quello del gioco d’azzardo. La noia e l’apatia della bella vita lo hanno spinto in tunnel senza via d’uscita e l’unico antidoto sembra risiedere nell’adrenalina che il gioco gli offre. Così Oscar ha iniziato a dilapidare lo stipendio che gli viene dato in gioielleria; poi si è messo in un brutto giro e ora deve dei soldi a Cosimo Mannella, un boss calabrese sulla sedia a rotelle che tutti conoscono come “il Vecchio”. Un sacco di soldi. Ecco perché ora si è procurato una pistola: ha paura che gli facciano la pelle. Così Oscar capisce che per uscire dai guai non c’è altra soluzione che sottrarre dei soldi dalla cassa della gioielleria di famiglia. Ma quando viene preso nelle mani nel sacco dalla moglie, ad Oscar non rimane che una soluzione: spararle…

Nero Dostoevskij dello scrittore novarese Antonio Mesisca è un noir veloce, spietato e malato, la cui trama affonda le radici in una delle patologie sociali che affliggono l’uomo contemporaneo: la ludopatia. È infatti la febbre del poker a dare il la ad una vicenda contorta e labirintica in cui il protagonista, Oscar Peretti, partecipa ad una sorta di corsa contro il tempo per rimediare ai suoi danni. Ma è una gara senza fine, che vede aumentare gli ostacoli ora per ora, fino all’atto estremo di un omicidio che in fondo è un atto catartico. Ma nonostante ciò, Peretti resta un antieroe, un perdente, un bugiardo, un arrivista attorno al quale si muove una fauna urbana ancor peggiore: boss, ricchi con la puzza sotto al naso, viziosi, tossici e malavitosi. E per raccontare una realtà patinata ma al contempo degradata e patetica, Mesisca ha scelto la via dell’ironico, spesso del grottesco, dando vita a burattini che inesorabilmente intrecciano le loro squallide esistenze in un teatrino in cui nessuno sembra potersi salvare. Ma in tutto ciò, cosa c’entra Dostoevskij? La risposta in queste piacevoli pagine che trovano conclusione con un finale davvero sorprendente.



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