Nessuno ritorna a Baghdad

Nessuno ritorna a Baghdad
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È il 17 maggio 1948 e Violette si trova a Baghdad intenta a chiudere per l’ultima volta la porta di casa. Armeggia con la porta e gira la chiave tenendo con entrambe le mani la grande farfalla di ferro all’interno della serratura probabilmente sentendo dentro di sé la gravità del momento. Maurice invece è già sull’auto che li porterà lontano e guarda la moglie con un misto di compassione e perplessità. Da dietro il finestrino chiuso con le mani sul volante e il motore acceso, scuote vigorosamente la testa insistendo che la donna ultimi velocemente l’operazione che sta faticosamente compiendo: quella cioè di abbandonare l’abitazione. Violette si sente pesante e accaldata, è incinta all’ultimo mese di gravidanza e non riesce a staccarsi velocemente dai luoghi che le sono cari. Prova un indicibile dolore al fondoschiena ed una pesantezza agli arti. È sicura di portare in grembo un maschio con i capelli ispidi e neri e con le sopracciglia folte e non la sfiora il dubbio di essere incinta di una bambina che sicuramente vedrà la luce in un luogo distante da quella che lei ed il padre stanno abbandonando in fretta e in furia. Con la borsa in spalla s’incammina lungo il muro della casa e si dirige verso la piccionaia, guarda il cielo fra i rami dell’albero di arancio e nota qualche frutto rinsecchito rimasto dall’inverno appeso ai rami, avvizzito e rugoso. Oltrepassa l’albero e si avvicina ad una palma di datteri che accarezza con le mani, poi strofina la guancia proprio contro le scaglie della pianta. Lascia aperta la porta della piccionaia e s’incammina verso l’auto. I colombi finalmente liberi si muovono nell’aria come un’onda che punta verso il cielo. Maurice che attende in auto si sorprende alla vista dei colombi che improvvisamente sono sopra di loro e sbattono le ali scambiandosi in volo una sorta di bacio sospeso per aria mentre tutto si disperde nel cielo trasparente della città irachena che vede sorgere il sole…

La famosa traduttrice ed intellettuale Elena Loewenthal incentra il riuscitissimo romanzo Nessuno torna a Baghdad attorno ad una famiglia ebrei iracheni (mizrahi) che lasciano la città alla fine della seconda guerra mondiale e si disperdono tra l’America e l’Europa. La storia che fa da sfondo alla narrazione, scarsamente esplorata rispetto a quella degli ebrei vittima di persecuzioni razziali naziste, è quella degli “arabi-ebrei” o ebrei d’oriente, di coloro cioè che a partire dalla distruzione del primo tempio di Gerusalemme ad opera del sovrano babilonese Nabucodonosor nel 586 a.C., hanno dato origine alla più antica comunità ebraica al mondo. Nella storia dell’ebraismo Baghdad e l’Iraq rivestono sino a tutt’oggi una posizione speciale, sia per ragioni culturali in quanto fu proprio in Iraq che fu elaborato il testo sacro noto come Talmud babilonese e sia per ragioni linguistiche, in quanto la lingua parlata dagli ebrei residenti era l’arabo antico. Un idioma tramandato di padre in figlio, ben diverso dallo yiddish parlato dagli ebrei dell’Europa centrale e non affine all’attuale lingua ebraica, appresa dai “giudei orientali” ex novo, all’arrivo in Israele, a partire dal 1940. L’autrice, con grande merito narrativo e rispecchiando eventi storicamente accaduti, pone bene in evidenza il dato linguistico caratterizzante, più di ogni altro, l’identità culturale e caratteriale dei protagonisti. Ciò rende appassionante la trama dell’intero romanzo che rifugge dai nazionalismi e dalle distinzioni tra fedi religiose per porre in evidenza l’unicità delle persone e la ricchezza dei sentimenti di ciascuno rispetto ai rivolgimenti storici. Il tema dominante del romanzo è difatti la rinascita e la ri-partenza dopo l’abbandono della patria. Emana dalle pagine, dalle descrizioni, dai dialoghi del libro la constatazione che il passato, custodito nella lingua e nelle abitudini familiari, soprattutto quando è segnato da eventi tragici, più che un infelice fardello, debba rappresentare la spinta verso il futuro. La sottotraccia della scrittura è tuttavia elaborata con un ritmo narrativo che incanta per la limpidezza delle descrizioni e per l’analisi, pur indiretta, dei caratteri di ciascun personaggio intimamente impregnato di coloriture orientali, quasi a rappresentare, l’origine indistinta delle varie culture indoeuropee che proprio tra il Tigri e l’Eufrate ebbero origine. Una complessità di elementi che trapassa dalle righe del romanzo ed investe la storia senza che l’elemento realistico si sovrapponga alle vicende personali dei protagonisti. È proprio la densità degli eventi personali, familiari e storici che conduce il lettore verso la riflessione suscitando curiosità annoiare e senza togliere fascino alle singole avventure che pure con dovizia di particolari sono narrate. I piani della lettura dunque, tutti intimamente connessi attorno ad una importante figura femminile, consentono varie interpretazioni a seconda del gusto e della cultura del lettore e nel caso di questo romanzo aggiungiamo, si presentano tutte possibili, come avviene peraltro quando ci si trova a leggere un’opera di ottima letteratura.



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