Nessuno sa di noi

Nessuno sa di noi
Lorenzo è un feto di ventinove settimane, nuota nel grembo accogliente di Luce al riparo dal mondo. È stato desiderato, atteso, concepito dopo infiniti tentativi, innumerevoli x sul calendario dell’ovulazione. Una cameretta già arredata lo aspetta: il fasciatoio, il lettino, i regali degli amici più cari. Luce e Pietro non potrebbero desiderare altro a coronamento di un’esistenza generosa:  hanno  un lavoro, si amano, sono benestanti.  Poi accade qualcosa: una questione di millimetri, che può cambiare il corso di una vita, rispedirla al mittente. Lorenzo ha il femore più corto della norma, presenta un ritardo di crescita rispetto ai bambini della sua età gestazionale; il verdetto è una coltellata nella schiena: displasia scheletrica, il margine di errore diagnostico è infinitesimale. Sofferenza, orrore, morte: è questa la vita che attende Lorenzo, se riuscirà a sopravvivere al parto; la morte gli andrà incontro progressivamente, fino a che il suo torace non comprimerà polmoni e cuore. Ma Lorenzo è vivo: si muove, scalcia, in un dialogo prodigioso e mistico  con Luce, uno scambio di anima e materia che solo una madre può sentire. Luce è attonita, in stato confusionale; Pietro, altrettanto sconvolto,  conserva un barlume di  lucidità che gli darà la forza di decidere per entrambi. A Londra la diagnosi trova conferma: potranno interrompere la gravidanza, anche se Luce è ben oltre il termine consentito in Italia per l’aborto terapeutico. È l’inizio di un calvario, fisico e psicologico, che condurrà questa donna nelle spire della depressione. Pietro l’accudisce, cerca di starle vicino, ma ciascuno coltiva il lutto in una dimensione psicologica propria che esclude l’altro. Difficile ritrovarsi…
La vicenda è attuale,  realistica,  raccontata con la crudezza che la verità esige. Luce, voce narrante, ci conduce nel  groviglio offuscato dei suoi pensieri, con una resa estremamente toccante. Lo stile è asciutto eppure denso, la sofferenza di una madre è resa in modo mirabile, consentendo una totale immedesimazione al lettore, che arriva a sentirsi ventre, anche se non ha mai sperimentato la maternità. Il libro è destinato a far discutere per la rilevanza delle  questioni bioetiche sottese. C’è in ballo la vita,  il diritto di scegliere se accoglierla o meno qualunque essa sia, il diritto del nascituro a sperimentare il mondo; soprattutto un aborto terapeutico oltre i termini consentiti dalla legge italiana,  cui si accede  grazie al denaro, che consente l’elusione della patria normativa. Ma, nell’intenzione della scrittrice, pare essere prioritario raccontare lo strazio di un percorso, senza esprimere giudizi, posizioni, o emettere sentenze, con garbo, rispetto, grande efficacia narrativa. Il libro colpisce per il modo intimo e compassionevole  in cui racconta  una scelta estrema, dipanando le contraddizioni, il dolore, i dubbi. Consigliato a chi è in cerca di risposte, ma soprattutto a chi nutre la presunzione di averle trovate.  

 

 

 

 
 
 
 
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