Nicola Rubino è entrato in fabbrica

Da qualche parte nell’hinterland barese. Esterno giorno. Ore otto. Davanti ai cancelli della mega-fabbrica un pugno di aspiranti stagisti in attesa di essere vivisezionati e esaminati osserva sparuto e spaurito l’entrata degli impiegati. Gli operai, quelli alle sei meno venti già hanno timbrato. Nicola Rubino, trent’anni, è tra gli stagisti. Guarda gli impiegati infilare dritti il cancello, senza degnarli minimamente di uno sguardo, quasi abbiano il terrore di essere contagiati dalla peste della disoccupazione. All’interno, nell’asettica stanza dove vengono fatti accomodare, campeggia la gigantografia dell’imprenditore con il prodotto tra le mani e un sorriso luminescente. La faccenda è semplice. Gareggeranno tra loro sei in duelli all’ultimo sangue fatti di presentazioni singole, test di gruppo, tranelli, provocazioni, giochi di ruolo, soppesati e scannerizzati da un team di psicologi che ne valuterà postura, linguaggio non verbale, curriculum, attitudini fisiche, psichiche e mentali e scremerà il sestetto. Fino a che dalle cesoie degli psicologi non uscirà la sola ed esclusiva risorsa umana desiderata dall’azienda. Sarà lui il fortunato vincitore dello stage non retribuito di un anno, anticamera del successivo contratto a tempo determinato che lo condurrà alla fine, forse, dritto al posto fisso, all’agognato e sognato tempo indeterminato…

Questo breve e folgorante romanzo di Francesco Dezio era già apparso come una meteora nel 2004 per mano di un lungimirante Michele Trecca prima e di Alberto Rollo poi, che portandolo in Feltrinelli gli aveva consegnato il meritato posto tra gli scaffali che contano, facendolo diventare in breve tempo un piccolo caso editoriale e anticipando di fatto un filone che di lì a breve avrebbe segnato un vero e proprio boom della letteratura sociale riguardante il lavoro ‒ o la mancanza di esso ‒ e la precarietà in tutte le sue corrosive sfumature. Basti ricordare Falco, Bajani, Nove, Ferracuti, Murgia Desiati, fino ad arrivare ai recenti Tonon e Santarossa. L’idea di Giovanni Turi di resuscitare il testo per la collana Fondanti di TerraRossa è da applaudire. Il Nicola Rubino novello Charlot di Tempi moderni , qui riveduto, corretto e attualizzato da Dezio per adeguarlo alla aberrante situazione social(logica) odierna è infatti più vivo e dolente che mai e anzi fa tremendamente riflettere il fatto che in questi quattordici anni la situazione allora fotografata con irreprensibile realismo dallo scrittore altamurano sia se possibile peggiorata. La fabbrica-lager descritta da Dezio è aberrante e agghiacciante nella sua ottusa logica fordista, nell’ambito della quale servilismo e doppiogiochismo fantozziano, alienazione, spleen, sudditanza ricattatoria in nome di un capitalismo sordo e senza scrupoli, relegano la dignità umana sempre e solo a mero e inutile accessorio. Ciò che è ancor più doloroso da constatare è che la classe operaia nel frattempo è definitivamente morta, sepolta dall’inazione di sindacati fatiscenti e atrofizzati, da una lobotomizzazione di massa fondata oramai su modelli consumistici aberranti, da logiche individualistiche ed egoistiche disarmanti. Un romanzo, questo, reso da Dezio stilisticamente ancor più apprezzabile e interessante, ritmato, dai dialoghi fulminei, amaro e raccapricciante, capace di creare immediata simbiosi ed empatia con l’unico operaio/essere umano ancora pensante che tenta invano di resistere e opporsi a quel mostro tentacolare devastante, fino al finale irrimediabilmente liberatorio.



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