Niente che mi riguardi

Niente che mi riguardi
La vera felicità è stare sotto un tavolo a cantare le canzoni di Elvis. La vera felicità è guardare il mondo fuori dalla finestra, immaginando un’altra vita, un altro paesaggio, un altro tempo. La vera felicità è leggere libri in grado di trasformare la solitudine in un’amica intima. Questi intermezzi quotidiani aiutano la piccola Janice ad andare avanti in un tripudio di meschinità e assenza di affetto. La madre ultraquarantenne scambia la gravidanza per un sintomo della menopausa, il padre alcolizzato è sempre pronto alla violenza verbale e fisica, la sorella maggiore è una ragazza egoista, gelosa e senza un briciolo di umanità, tanto da aver abbandonato marito e figlio per poi tornare a vivere in famiglia. E’ tra la metà degli anni Cinquanta e l’inizio dei Sessanta, in un paesino vicino la Scozia, che si svolge l’infanzia e la preadolescenza di Janice Galloway. Dopo l’ultima lite, i genitori si separano e la madre decide di lasciare la casa coniugale per andare a vivere in una soffitta che somiglia più a una gabbia per topi. Eppure, tra  quelle quattro pareti marroni, Janice riesce a crearsi il suo piccolo mondo fatto di disegni, giochi e canzoni alla radio. Ma poi ecco che torna a vivere con loro Cora, la sorella disinteressata a tutto, tranne che al suo aspetto sempre curato, ai lavori a maglia e ai programmi in televisione. Da quel momento, Janice vive continui drammi senza ricordare necessariamente la causa: un rossetto fuori posto, una bugia, uno sguardo di troppo, ed ecco arrivare puntuali le mani e la furia di Cora su quel corpicino da bambina, mentre la madre, vittima nata, non tarda a giustificare l’aggressività di quella sorella maggiore frustrata e inaffidabile. La protagonista, sempre più introversa e diffidente, si rifugia nella musica e nella scrittura, imparando a suonare il pianoforte e impegnandosi a essere tra i primi della classe. Peccato per quell’essere un po’ balbuziente e taciturna, tanto da farla apparire asociale. Ma come può fidarsi degli altri, se in casa non c’è mai nessuno a farle un complimento o a incoraggiarla a esprimersi liberamente? È un romanzo autobiografico, Niente che mi riguardi (impossibile non cogliere il gusto per il paradosso del titolo), un romanzo in cui emergono sensi di colpa ed equivoci causati dalla mancanza di dialogo con il nucleo familiare e con il mondo esterno. Non c’è confronto, ci sono solo scontro e sottomissione. Fa ancora più male rendersi conto che sia stata solo una bambina a dover vivere questo scenario di episodi negativi e drammatici. L’autrice e protagonista, Janice Galloway, è stata abilissima nel creare un’opera fatta di descrizioni, ricche di particolari relativi agli anni del boom, e di stati d’animo che non scadono mai nel sentimentalismo. Grazie ai suoi romanzi, ancora poco conosciuti in Italia, ha vinto numerosi premi che le hanno permesso di emergere nella scena letteraria scozzese. La Galloway è capace di portare il lettore in un abisso di inconsueta depressione, in cui tutto si svolge come se dovesse andare proprio in quel modo, come se non ci potessero essere alternative né opzioni di scelta. Si respira un costante senso di delusione, a partire da quelle parole della madre che per Janice saranno difficili da dimenticare: “Vorrei non averti mai avuta”. Solo la musica, solo i libri, solo guardare fuori dalla finestra potranno salvare questa giovane vittima dei cambiamenti dell’epoca e delle frustrazioni di un’intera famiglia.

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