Niente di nuovo sul fronte occidentale

Niente di nuovo sul fronte occidentale

Prima guerra mondiale. Un gruppo di soldati di fanteria riposa. Il fronte è lontano nove chilometri, ieri è stato dato loro il cambio in trincea. È l’ora del pranzo e i soldati sono più soddisfatti del solito, perché oggi c’è stata razione doppia, addirittura tripla di tutto: il cuciniere “offre il cibo a chi lo vuole; a chiunque gli venga innanzi fa segno col suo mestolo e gli riempie la gavetta”. Anche di tabacco c’è doppia razione: dieci sigari, venti sigarette e due pacchetti di tabacco da cicca a testa. Perché tutta questa grazia di Dio? Perché quindici giorni fa i soldati erano in 150 e così l’ufficiale di vettovagliamento ha fatto provviste di conseguenza: ma settanta uomini sono morti tutti insieme l’ultimo giorno di trincea falciati dall’artiglieria inglese e così ora le bocche da sfamare sono la metà. A ridere e ingozzarsi davanti alla cucina da campo che odora “di grasso e di appetitoso” ci sono tra gli altri Kropp, Müller, Leer e Bäumer: tutti di diciannove anni, tutti ex compagni di scuola. Altrettanto giovani sono l’ex fabbro Tjaden, Westhus, ex scavatore di torba, poi due adulti: il contadino Detering e il caposquadra Katzinski, “quarant’anni, faccia terrea, occhi azzurri, spalle spioventi e un fiuto meraviglioso per il buon mangiare e le buone buche per ripararsi”. Dopo il pasto, i soldati ricevono lettere e giornali e con quelli sottobraccio, fumando e chiacchierando, si recano alla latrina collettiva: là restano seduti un paio d’ore, a leggere e fare i loro bisogni, tutti insieme (“siffatti luoghi sono nella vita militare quello che sono i circoli e le tavole riservate delle birrerie nella vita borghese”), mentre il sordo brontolio del fronte arriva a loro come “un temporale lontanissimo”. Kropp ha ricevuto una lettera nientemeno che da Kantorek, il professore che al liceo ha riempito la loro testa di discorsi patriottici e li ha spinti ad arruolarsi come volontari. Lo ha fatto per malvagità o perché – come tutti – non si rendeva conto di cos’è la guerra veramente? In quei giorni prima della guerra “persino i genitori avevano la parola vigliacco a portata di mano”. Il pensiero della scuola fa venire in mente ai ragazzi che c’è Kemmerich – un altro ex compagno di classe che è stato ferito, ha avuto una gamba amputata ed è ricoverato in gravissime condizioni all’ospedale da campo – da andare a trovare. Lo trovano peggiorato e agitatissimo: mentre dormiva (o meglio era svenuto) qualcuno gli ha rubato l’orologio. I ragazzi trovano insensata la sua amarezza, perché si vede bene che Kemmerich non uscirà vivo da quell’ospedale. Dice che gli fa male tanto il piede, ma il piede invece non esiste più, ha un brutto aspetto, giallo e livido; sul suo viso si profilano le linee misteriose, i segni che preludono alla morte. Eccolo là, il loro compagno. È lui, eppure non è già più lui, persino la sua voce suona “spenta come cenere”. A Bäumer viene in mente la madre del ferito, che alla stazione quando sono partiti si era attaccata al suo braccio e piangendo lo aveva scongiurato di badare a suo figlio. Ma come si fa ad aver cura di qualcuno in trincea! Kropp cerca di consolarlo mentendo, gli dice che presto lo rimanderanno a casa per la convalescenza, che in fondo gli è andata bene. Müller nota sotto il letto un paio di stivali da aviatore, magnifici e morbidi, ormai inutili per Kemmerich e destinati a fare una brutta fine appena il poveretto spirerà, così cerca di farseli regalare, ma Kemmerich non cede, sono la cosa migliore che ha, sono la sua speranza di vita…

“Questo libro non vuole essere né un atto d’accusa né una confessione. Non è che il tentativo di raffigurare una generazione che – anche se sfuggì alle granate – venne distrutta dalla guerra”. Così scrive Erich Maria Remarque in esergo di quello che, a buon diritto, è considerato uno dei più bei romanzi di guerra mai scritti. Con rabbia asciutta lo scrittore racconta la storia di Paul Bäumer e alcuni suoi coetanei, studenti liceali o popolani tedeschi, che con la testa imbottita di roboante patriottismo da chi invece doveva guidarli “all’età virile, condurli al mondo del lavoro, al dovere, alla cultura e al progresso”, dagli adulti in cui hanno creduto e di cui si fidavano, vengono sbattuti nelle trincee della Prima guerra mondiale. Nel fango, nel terrore, sotto una pioggia di bombe e gas velenosi la realtà li colpisce in faccia come un pugno: “Il primo morto che vedemmo mandò in frantumi questa condizione. (…) Il primo fuoco tambureggiante ci rivelò il nostro errore, e dietro ad esso crollò la concezione del mondo che ci avevano insegnata. (…) Del loro mondo non sopravvive più nulla. Improvvisamente, spaventosamente, ci sentimmo soli, e da soli dovevamo sbrigarcela”. E da soli se la sbrigano, cercando – quasi tutti invano – di sopravvivere e soprattutto di non perdere la loro umanità in un contesto in cui gli uomini sono ridotti a bestie spietate, capaci di qualsiasi abominevole miseria. Orrori che Remarque descrive senza compiacimenti ma neanche censure: ci si indigna, si resta attoniti, si piange (le tre pagine della morte di Kemmerich sono struggenti, indimenticabili, fanno veramente male), impossibile restare indifferenti. Pubblicato per la prima volta a puntate sul “Vossische Zeitung” tra novembre e dicembre 1928, Niente di nuovo sul fronte occidentale uscì in volume l’anno successivo vendendo circa 2,5 milioni di copie in qualche mese (a oggi siamo oltre i 40 milioni di copie vendute), un successo travolgente forse spiegato dal dolore ancora vivo nella popolazione per una guerra che aveva causato circa 37 milioni di morti tra 1914 e 1918. Il romanzo è una delle opere più significative della cosiddetta “Neue Sachlichkeit”, Nuova Oggettività, un movimento artistico derivato dall’espressionismo tedesco e caratterizzato dallo slancio etico-politico. Ma non si pensi che Niente di nuovo sul fronte occidentale sia una sorta di pamphlet antimilitarista in cui Remarque usa il racconto della guerra di trincea come uno strumento affilato per perorare le sue tesi: anzi, l’autore si defila, lascia parlare i fatti con un linguaggio lineare, crudissimo per i suoi tempi e dunque modernissimo, oggettivo fino alla brutalità. Visto il clamoroso successo del romanzo, nel 1930 a Lewis Milestone fu affidata la realizzazione del film tratto dal libro. All’Ovest niente di nuovo, oltre che il plauso unanime della critica, guadagnò anche due Oscar, Miglior Regia e Miglior Produzione: questo rese Erich Maria Remarque un uomo ricco e famoso, ma paradossalmente segnò la sua vita per sempre. Già l’uscita del libro aveva scatenato veementi polemiche in Germania, perché molti ritenevano che la descrizione dell’ambiente militare tedesco fatta dall’autore fosse denigratoria e antipatriottica, ma il film arrivò nelle sale proprio durante l’ascesa di un piccolo movimento politico estremista, il Nationalsozialistische Deutsche Arbeiterpartei. I nazisti presero di mira All’Ovest niente di nuovo e quasi ogni proiezione era l’occasione per manifestazioni, picchetti, pestaggi. Quando poi nel 1933 Adolf Hitler fu eletto Cancelliere del Reich e si avviarono i famigerati roghi dei libri “degenerati”, ovviamente Niente di nuovo sul fronte occidentale fu fra i primi a finire tra le fiamme. Ma Remarque non vide quello scempio, era già riparato all’estero: nel 1932 si era prudentemente trasferito in Svizzera e da qui nel 1939, terrorizzato dall’imminente scoppio della Seconda guerra mondiale, fuggì negli Stati Uniti. Negli Usa a onor del vero fece la bella vita, tra un flirt e l’altro (tra le sue conquiste – sebbene fosse sposato con l’attrice Jutta Ilse Zambona – si annoverano Marlene Dietrich, Greta Garbo, Hedy Lamarr, Luise Rainer, Maureen O’Sullivan ma anche innumerevoli prostitute, cameriere, segretarie, in una inarrestabile furia erotica), mentre purtroppo molti suoi familiari rimasti in Europa subivano la vigliacca rappresaglia nazista: sua sorella minore Elfriede in particolare fu processata dalla Gestapo per “disfattismo” nel 1943 e dopo un processo farsa alla fine del quale il giudice le disse “Devi soffrire per tuo fratello, non potendo punire lui puniremo te”, fu ghigliottinata. Di atti come questo per i nazisti resterà in eterno solo vergogna. Del romanzo di Erich Maria Remarque rimarrà per sempre la potente bellezza.



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