Ninfa plebea

Ninfa plebea

Anni ‘30. “Cresciuta ed educata pressapoco come un pollo da batteria da cortile”, Miluzza ha tredici anni e vive in un basso umido e scuro, risalente alla dominazione spagnola, del Bùvero, borgo popolare di Nofi, vicino al quartiere militare costruito dai Borboni che ora ospita il 30° fanteria. Suo padre Giacchino è un piccolo sarto, rifinitore del sarto titolare del quartiere; sua madre, Nunziata, lo aiuta e si occupa soprattutto delle misurazioni accogliendo i militari dietro il paravento che isola una piccola sala prove nello stanzone che è casa e laboratorio insieme. Nunziata è “bella e buona, virtuosa, faticatora e una brava compagna. […] Ma aveva quel difetto là che nemmeno una malattia quasi mortale era riuscita a toglierle”. Ci avevano provato parenti e amici, e anche lui suo marito, a parlarle; lei piangeva, si strappava i capelli, giurava di non farlo più ma alla prima occasione non sapeva resistere. E Giacchino se l’era sposata, pur consapevole di “non essere valido”, di aver “il difetto” - quell’altro difetto -, perché “gli avevano detto che si poteva sostituire il marchingegno con tante altre cose per tenere soddisfatta una donna”. Poi il tempo è passato, e adesso lui si preoccupa soprattutto che sua figlia (che forse sua non è nemmeno) non senta l’affanno e i rantoli di Nunziata lì accanto, dietro il paravento con il biondo capitano vicentino. Insieme a loro tre vive anche il nonno Fefele, padre di Nunziata, il miglior pizzaiuolo del circondario, che dorme su una branda accanto al letto matrimoniale e al lettuccio di Miluzza. Con la sua esuberanza e vitalità, Nunziata è l’anima della famiglia, il cuore della casa; l’immagine di lei, pochi minuti prima di morire di emorragia, “in ginocchio, le enormi natiche scoperte” china davanti al capitano rosso e inebetito, resterà per sempre stampata negli occhi della bambina, in un misto di orrore ed eccitazione. Miluzza ha un’amica del cuore, Annuzza, e tra loro si confidano in segreto quello che capita quando vanno a sbrigare servizi in paese. Miluzza, ad esempio, va spesso alla sozza cantina de La Moschella a prendere il vino e quando non c’è nessuno la vedova le dà cinque lire d’argento se si lascia toccare. A lei non dispiace, così come volentieri entra nell’antro di don Proclo ‘o Bizzoco che ha un Ferramenta&Colori e che le racconta la favola dell’orco e di Catuccio se in lei accetta di mostrargli “la grotticella della fata” in cambio di venti lire. E poi c’è il parroco don Aspreno, poveruomo, a cui Miluzza una volta alla settimana rinfresca le piaghe all’inguine causate dal sovrappeso e che si preoccupa sempre per lei e le dice ogni volta “E ora fammi vedere a te se ci hai ancora tutto”. A volte Annuzza e Miluzza si ritrovano nel bugigattolo che serve per i bisogni, si guardano si toccano e ridono e giocano spensierate. Non sono pochi gli uomini e le donne di cui Miluzza attira le attenzioni, ma su di lei pesa la fama di sua madre, perché – si sa – “Tale madre, tale figlia”. E un giorno di lei si accorge anche don Peppe, ricco proprietario di diverse aziende del territorio, che decide di assumerla e poi…

Pubblicato nell’ottobre 1992 per Leandro Editore, Ninfa plebea – dello scrittore e giornalista Domenico Rea scomparso nel 1994, nato in una famiglia semianalfabeta, autore di numerosissimi racconti scritti a partire dai quindici anni oltre che di recensioni e contributi critici, ma di un solo altro romanzo risalente a trent’anni prima, Una vampata di rossore (1958) – risulta vincitore al 47° Premio Strega nel 1993, battendo a sorpresa con 154 voti Dacia Maraini (Bagheria, 81 voti) data per vincente fino all’antivigilia. Come il suo primo romanzo, anche Ninfa plebea è ambientato a Nofi, città immaginaria facilmente identificabile con Nocera inferiore – dove Rea visse sfollato da Napoli durante la guerra – a 30 chilometri dal capoluogo, negli anni ’30 fino al 1945 – una data è indicata con precisione nel romanzo, ed è il 21 giugno 1943, quando la città, che guardava alla guerra da lontano, immersa nella sua dimensione campagnola, viene improvvisamente bombardata. Il nome della città, ha raccontato lo stesso autore, è una specie di acrostico, aggiungendo poi “Ma c’era un’altra versione di cui mi compiaccio. Nofi era il nome di un regno dall’orizzonte illimitato”. Un mondo, una definizione spazio-temporale - dice Antonio Franchini nella illuminante postfazione – come “un vero e proprio ‘medioevo’” che poco ci interessa sapere quanto realmente somigli alla Nocera/Nofi degli anni ’30; certo si tratta di un sud che, se mai è esistito, non esiste più da un pezzo, nel male ma anche nel bene. Quello che invece importa è che “Erano anni in cui gli impulsi dell’uomo erano tutti volti a soddisfare necessità primarie, il bisogno di cibo, di calore, e le infiammazioni di una sensualità acre, animalesca, olfattiva, esaltata dagli effluvi di quei corpi poco lavati, non deodorati, non asettici”. Questo è Ninfa plebea, infatti, la narrazione di una specie di epica contadina, fitta di elementi rozzi, sporchi, fatta di puri istinti, note drammatiche, nella quale la sessualità (e assai poco altro) è l’unico spazio di brutale piacere concesso all’uomo, ma si tratta di un eros ferino e primitivo, bestiale, animalesco. E una bestiola è l’eroina di questa epica, Miluzza, nient’affatto ingenua ma tutta istinto e vita primigenia. Un racconto pieno di colori, sapori, odori – puzze più che altro -, natura meravigliosa e intatta descritta con pennellate rapide e decise. Eppure il senso che si affianca alla brutalità è quello di una certa stridente dolcezza, come in un racconto sporco e incantato insieme, ricamato con dialettismi e termini volgari. Chi ha parlato di una educazione sentimentale si è sbagliato; come ebbe a sottolineare Rea è “soltanto educazione brutale”, sostenendo che il suo romanzo parla della plebe, “quasi un mondo che sta fuori, asociale. Plebe significa ‘che non è diventato popolo’”. E sbaglia anche chi parla di un Rea neorealista, lontano dalla definizione per l’assoluta mancanza di messaggi o conclusioni morali. Ancora una volta è lo stesso autore ad aver indicato la strada per una interpretazione corretta del suo lavoro, quando ha dichiarato la sua ispirazione: “Padre dei padri è Basile, favolista napoletano e mondiale”, e poi i trecentisti (Boccaccio), i cinquecentisti (Bandello), i secentisti. Ed è così che con l’autore della postfazione riusciamo a capire a chi somiglia davvero Miluzza: “alle belle fanciulle accorte del Cunto de li Cunti"! E capiamo anche che Ninfa plebea è – in questo filone – da considerarsi una favola, dove le botteghe assomigliano ad antri abitati da vermi striscianti o dal “topo zoccola” che combatte con un gatto; dove le metafore degli organi sessuali appartengono allo stesso mondo favolistico; dove non manca il lieto fine quasi inaspettato, nel quale colei che sembrava non poter tornare ad una purezza (reale e metaforica) in realtà mai conosciuta e quasi negata per nascita si scopre che in qualche modo (reale o metaforico) questa purezza l’ha mantenuta fino al premio finale. Come è difficile leggere per davvero certi libri, te ne accorgi quanto ti imbatti in commenti tranchant di lettori che sentenziano: ”Soltanto deliri di un vecchio porco”. Sì, Ninfa plebea spesso disturba, lo squallore lascia a tratti disgustati; ma quando mai un libro non banale lascia indifferenti? Domenico Rea – autodidatta formatosi anche su “pagine di mistici, di cronisti, di visionari ed eretici, e filastrocche popolari, canti, antichi motti e detti, in una commistione continua di alto e basso, di umile e di sublime, di miseria e nobiltà” – rapisce con la sua prosa che incanta e respinge; ha detto “Per me la riuscita di un libro non è nella riuscita di una storia. È la riuscita, se uno è capace di farlo, di uno stile”. È vero che è importante avere una storia, ma saperla raccontare è altrettanto importante e anzi talvolta capita che il “come” svetti sul “cosa”. Leggete Ninfa plebea, e se avete dubbi in merito li dissiperete. Nel 1996 Lina Wertmüller ha girato il film omonimo, interpretato da Raul Bova e con le musiche di Ennio Morricone, tra Puglia e Basilicata, compresa la suggestiva città fantasma di Craco, ottenendo nomination al David di Donatello e al Nastro d’argento.



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