No logo

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Basta chiudere gli occhi e pensare al mondo attorno a noi: ovunque la pubblicità imperversa. Per le strade, sui giornali, in tv, nei film, come sponsor per qualsiasi evento. Nike, Adidas, Starbucks, McDonald’s, Shell, Marlboro, Absolute Vodka, Coca Cola: alla fine degli anni Novanta questi brand si sono distinti per aver completamente rivoluzionato il modo di comunicare. Non sei nessuno se non indossi un paio di scarpe Nike per praticare un qualsiasi tipo di sport, non sei sufficientemente attraente senza un paio di Adidas, non sei interessante se non prendi un caffè (tra le mille e mille varianti) da Starbucks utilizzando le prime connessioni free con il tuo laptop. Questi sono gli anni Novanta e l’inizio del Duemila: la nascita del “villaggio globale” vista come la panacea di tutti i mali, multinazionali che si accaparrano ogni spazio della vita pubblica e privata dei cittadini, delocalizzazione selvaggia e deregolamentata degli stabilimenti industriali. Acquisti una maglia Lacoste? È stata quasi certamente prodotta in Vietnam da lavoratori pagati una miseria che vivono in assoluta indigenza e che vengono sfruttati con orari di lavoro disumani. Nell’America del sud la Coca Cola (il cui ingrediente principale è ancora segreto) è così potente da tenere sotto scacco intere cittadine: rifiuti liquidi e solidi inquinano quelle terre, ma tutto viene insabbiato. La Shell trivella il mare e la terra africane e chi si ribella – ricordiamo sempre Ken Saro- Wiwa, attivista nigeriano – viene messo a tacere con la forza. Siamo nel periodo che precede il G8 di Genova, le grandi mobilitazioni dei social forum. Nonostante la forza delle multinazionali, qualcuno comincia a rompere gli schemi e a protestare a gran voce rivendicando i propri diritti…

No logo può essere considerato il libro cardine del movimento “no global” che negli anni Duemila ha contrastato le grandi multinazionali denunciandone le attività poco lecite e poco rispettose nei confronti dei lavoratori dei paesi più poveri del globo. Naomi Klein dà voce, in questo incredibile e dirompente saggio, a tutti quelli che voce non ne hanno avuta, alle persone sfruttate, alla gente che combatteva silenziosamente contro dei veri e propri colossi che inquinavano (e continuano ad inquinare) la terra, l’aria e l’acqua dei loro Paesi. No logo ha il pregio di riuscire a descrivere una società – quella di inizio millennio – che è stata entusiasta della nuova idea di villaggio globale, che ha esaltato la globalizzazione come soluzione per le crisi economiche future e come cura da ogni male, che è stata inconsapevolmente suddita di brand che hanno studiato e orientato i consumi dei cittadini. Grazie alla lettura del saggio della giornalista canadese, molti ragazzi hanno sentito l’esigenza di riprendersi le piazze, le strade, le città, il proprio destino, protestando contro i veri detentori del potere economico: pensiamo alle proteste contro ogni incontro del G8, del Fondo monetario internazionale. Chiedevano uguaglianza e estensione dei diritti per tutti: sono scesi in piazza colorati e pacifici. Non sempre la risposta dei governi e della polizia è stata altrettanto pacifica. Tutti ricordiamo e ricorderemo il G8 di Genova come una delle ferite aperte della nostra storia nazionale: i giorni della sospensione di ogni diritto. Probabilmente penserete che la lettura di No logo sia ormai superata, che sia acqua passata. Certe cose, nostro malgrado, non cambiano e non passano. Leggere No logo, ancora oggi, in cui molte delle cose che la Klein ha approfondito sono di pubblico dominio, è sempre una lettura stimolante e interessante. Possiamo ancora cambiare questo mondo.



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