Non è un mestiere per scrittori

Non è un mestiere per scrittori

Gli Stati Uniti d’America sono, per molti aspetti, terra mitologica, di successo e di sogni impossibili realizzati con la forza di volontà. Ma l’America rappresenta anche il più grande mercato editoriale a livello mondiale: un autentico pianeta di carta inglobato nel pianeta terracqueo. Ma che significa essere uno scrittore oggi, negli USA? Che cosa dovrà aspettarsi uno delle migliaia di studenti che ogni hanno partecipano ai tanti workshop con la speranza di diventare scrittori professionisti? Il pianeta dell’editoria americana è un globo mastodontico il cui nucleo è New York. Ogni caffetteria, ogni locale è affollato di aspiranti scrittori che nella metropoli portano sogni e speranze e un primo inedito chiuso dentro un MacBook. La Grande Mela è dove tutto si decide. Dove hanno sede le case editrici, dove gli agenti letterari gravitano in cerca del Grande Romanzo Americano, ma è anche il luogo da dove i grandi scrittori fuggono per dimenticarne il caos e le distrazioni. Fatte poche eccezioni come Philip Roth, Paul Auster o Michael Cunningham, tutti gli altri hanno preferito andarsene dai quartieri che non riconoscono più. Una cosa è certa e vale per gli scrittori emergenti d’oltreoceano quanto per quelli nostrani: raggiungere la pubblicazione non significa più mantenersi vivendo di scrittura. L’età dell’oro è finita, complice anche la polverizzazione e l’esplosione dell’offerta digitale che ha modificato il mercato. Il libro è diventato oggetto dalla doppia faccia: quella dal volto artistico e ostico, e dunque destinata a vivere in una nicchia, e quella dal ghigno accattivante e commerciale, espressione di un fenomeno di massa passeggero e dalla vita breve…

Quello di Giulio D’Antona, giovane giornalista culturale, è un viaggio americano dalle tinte dantesche. Immagino il suo peregrinare in lungo e in largo in visita a scrittori affermati, agenti letterari potenti, piccoli e grandi editori o anime esordienti ancora speranzose di raggiungere il successo, come un percorso tra i vari gironi infernali, dove regna la disillusione e la sconfitta e che attraversa poi il limbo di quanti, superata la prima prova editoriale, devono affrontare la difficile creazione del secondo libro, fino a raggiungere i cerchi alti del paradiso editoriale dentro al quale gli scrittori noti si nascondono per evitare il contatto con il pubblico. L’approccio di D’Antona è lucido, distaccato quel tanto che basta per analizzare serenamente ogni aspetto del “pianeta libro” in America, attraversandolo cerchio dopo cerchio, in compagnia di anime buone che lo assistono. Dalla prima ruota del carro che sono gli scrittori e dai ragionamenti degli agenti letterari e degli editori, si passa per il mondo delle riviste letterarie che negli Stati Uniti sono importantissime, per arrivare poi a toccare le sacre sponde delle librerie, anch’esse evolutesi in megastore o in fossili indipendenti. Un capitolo speciale è dedicato alle traduzioni (si parla della nostra Elena Ferrante e di Karl Ove Knausgård). Mentre D’Antona insegue il fantasma mitologico di Philip Roth, irraggiungibile, ecco un altro fantasma farsi avanti: è proprio quello della Ferrante, misteriosa autrice (o autore?) in grado di toccare le corde sensibili del pubblico americano. Che cosa potremo imparare da questa lettura? Beh, che se siamo autori, quello a cui dobbiamo pensare è prima di tutto a scrivere, che tutto il resto non è un mestiere per scrittori e che la scrittura non si monetizza facilmente. E se siamo critici, giornalisti culturali o semplici redattori, è che la sincerità è la base del nostro lavoro e che, come dice la giornalista Renata Adler, alla logica della verità dovremmo sottostare quando scriveremo il nostro giudizio e la nostra critica, non lasciandoci influenzare da niente altro.



 

 

 

 
 
 
 

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