Non cercare l’uomo capra

Non cercare l’uomo capra
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Luisa è un’antropologa: vive a Milano e fa l’impiegata alle Poste. È una viaggiatrice incallita e, anche per questo, decide di tenere un diario dove appuntarsi la vita o quel che (le) resta addosso di essa (come il profumo dei respiri di Zanzibar). Per lei infatti “Non è vero che la vita o la si vive o la si scrive. La si può vivere e poi andare a memoria e raccontare qualcos’altro. Inoltre già raccontare vita è una forma di vita”. Le ruotano attorno, cesellati eppure straordinariamente liberi, una miriade di personaggi “secondari” (quegli stessi di cui lei, un tempo, s’innamorava sempre): Simona è laureata in geografia antropica, suona le Variazione Goldberg di Bach a mo’ di Glen Gould, ma non ha un pianoforte: è una donna brillante, un mix di talenti sprecati. Ha avuto però una figlia da Seedia, un immigrato originario del Dampha Kunda; l’altro amico, Assane è, invece, un cinquantenne senegalese, arrivato in Italia negli anni Ottanta. Sarà attraverso le loro chiacchierate, le sue parole e quelle di Simona – che indirettamente racconta quel poco che ha potuto capire dell’odissea di Seedia per arrivare in Italia –, che saliranno a galla le paure e i pensieri di Luisa. Emergeranno, così, le paranoie latenti di Luisa sull’altro da sé – che trovano una chiarissima espressione nel suo terrore per le malattie sessualmente trasmissibili – che cerca e teme al contempo, che la attrae e la repelle, proprio come tutti gli uomini che le ruotano attorno, come il “suo” Rodrigo (un ex pallavolista e chitarrista sudamericano), il non uomo capra (secondo l’oroscopo cinese), o la “sua” squadra di pallavolo…

Il romanzo, innescato inizialmente dai movimenti d’immigrazione, si chiuderà, al contrario, con due importanti spostamenti centrifughi… mentre il centro di Luisa resteranno quel “testamento” che indirettamente le ha lasciato Assane e l’agire del “suo” Ascilto, nell’adorata pellicola felliniana: l’amore è uno straniero, di cui non bisogna aver paura. E, allora, il sussurro d’amore: “Non cercare l’uomo capra!” è anche un invito, per Luisa, a immigrare nella vita, a sentirsene cittadina legittima, seppure e soprattutto per le sue “diversità”, che sono solo straordinaria unicità. Irene Chias, coniugando e amalgamando sensibilità e schiettezza, racconta col cuore di Luisa (che non a caso è proprio un’antropologa) la molteplicità, intesa come assoluto valore aggiunto, e la contraddittorietà dell’essere umanità; pur mantenendosi fresca, con la leggerezza d’una carezza, sviscera tematiche importanti che, partendo da storie “secondarie” (laddove difficilmente si possa, poi, distinguere tra secondario e primario), vengono assorbite, vissute e filtrate dallo sguardo-centro della protagonista, che è casa e mondo, fulcro e macina del testo. Tutto il mondo è casa, e di tutto il mondo bisogna, dunque, aver cura: la donna o l’uomo di Mondo sono la donna e l’uomo di Casa. Sono la Specie Umana, sono Luisa: riccamente e straordinariamente molteplice. Non c’è più un solo centro perché tutto è il centro: e le migrazioni sono solo traslochi, piccoli spostamenti d’umanità atti a riequilibrare il baricentro del mondo.



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