Non chiamatemi mamma

Non chiamatemi mamma

Il saggio esordisce con un veloce esame della casistica delle domande più frequenti che una donna giovane si sente rivolgere a un colloquio di lavoro, ma anche in occasione di relazioni private, amicali familiari: “Hai figli o vorresti averne?”; “Perché non hai figli?”; “Puoi avere figli?”; “Non ti manca un figlio?”. Prosegue esaminando una serie di motivi che giustificano il non avere figli, dieci per la precisione: senza figli la qualità della vita può essere migliore, più libera, più leggera; la donna è completa in sé, non solo se madre; non per tutte l’orologio biologico è uguale, il tempo fisiologico utile a mettere al mondo dei figli può passare, senza rimpianti; non tutti sono obbligati a vivere allo stesso modo, può essere ugualmente "giusto" avere o non avere figli; la maternità non è l’unica scelta possibile; i figli sono grandi responsabilità, non tutti desiderano affrontarle; si può superare il tabù che solo la maternità renda la donna completa e felice; ciascuna donna ha il suo destino; l’istinto materno non è obbligatorio…

L’autrice analizza poi le aspettative sociali più comuni nei confronti delle donne e le loro origini profonde, sia attraverso citazioni da testi biblici, sia in relazione a convinzioni religiose, sia mediante riferimenti letterari che vedono nella maternità la prima e più importante missione della donna. Citiamo, per tutte, una frase di Anna Maria Ortese, che però non ci sentiamo di definire indottrinante, come fa l’Arnaldi, semmai poetica e certo utopistica: “Regola morale inconscia è avere una stagione per gli amori, una per la maternità – mai rifiutata – e quindi il senso solenne della maternità, come si trova in tutti gli animali”. “Si può scegliere di non avere figli?” Questo è l’interrogativo sintetico e fondante di tutto il saggio, e la risposta dell’autrice è affermativa. Accanto alla confutazione degli stereotipi più comuni c’è, infatti, una parte propositiva: le donne possono scegliere di dare la vita a idee, a opere e attività diverse, di essere madri di progetti interessanti e utili per se stesse e per gli altri. Parte propositiva che, a nostro avviso, non è in contrasto con la maternità in sé e per sé, ma piuttosto con quella concezione restrittiva del femminile secondo la quale la possibilità di avere un figlio costituisce un destino o una missione assoluta, più che come una scelta individuale. È il sottinteso che qualsiasi cosa una donna generi di diverso da un bebè valga un po’ meno ad essere estremamente limitante e negativa.



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