Non ci lasceremo mai

Non ci lasceremo mai
Alessandra vive a Roma, in una tipica famiglia borghese, ma si porta dentro una specie di ancestrale ricordo: gli Stati Uniti d’America. Già, perché i suoi genitori nel 1973 si trovavano a Flint, nel Michigan, dove il padre lavorava per la General Motors, e Alessandra è nata lì. Salvo che poi il padre s’è fatto prendere dal fatalismo e ha deciso di rientrare in Italia poco tempo dopo. Ma qualcosa della cultura americana di quegli anni sembra avere attecchito nell’immaginario di Alessandra, che venera i libri di Kerouac e la meravigliosa utopia della beat generation. Sogna di guidare un furgone Volkswagen in perfetto stile “figli dei fiori” e girare il mondo come Japhy, il protagonista de I vagabondi del Dharma. Ma soprattutto, Alessandra sogna di diventare un maschio. Lo sa da sempre, da quando era piccola, da quando si innamora di una sua compagna di scuola ed è costretta, da allora, a tenere per sé quel segreto. Alla fine decide di parlarne alla madre, che si mostra comprensiva, peccato che la mattina dopo il padre irrompa in camera sua e l’aggredisca. L’unica inaspettata alleata sembra essere la sorellina Sofia che, nella saggia ingenuità della sua giovane età, aveva già capito tutto da sempre. Col finire del liceo la solitudine sentimentale aumenta e, dopo qualche fallimentare tentativo di relazione, Alessandra s’innamora di Irene, un’amica sedicenne della sorella. La situazione precipita quando i genitori della ragazza minorenne scoprono la relazione. Per Alessandra non c’è che una cosa da fare, approfittare dell’ospitalità di amici di famiglia e partire a tempo indeterminato per gli Stati Uniti…
In una New York ostile e respingente Alessandra inizia il suo vagabondare e diciamo subito che il percorso (sia geografico che psicologico) sarà lungo, divertente e articolato. Dopo avere esplorato la Grande Mela e rinunciato definitivamente a diventare chirurgicamente un maschio, Alessandra, munita di un open ticket, salta sul greyhound e comincia per davvero la sua avventura on the road. Dal deserto del New Mexico, dove conoscerà una strampalata famiglia che l’inizierà al rito del peyote, alla luminosa e accogliente S. Francisco, fino allo sfolgorio artificiale di Las Vegas. Come un vero Dharma Bum, Alessandra viaggia imparando a cogliere i doni del caso, i benefici degli incontri inaspettati, godendo di una rete invisibile fatta di contatti solidali e forti che, come sguardi di spiriti protettivi, la guideranno nel suo percorso di crescita e conoscenza di sé. Ogni pagina di questo romanzo sembra ricordarci l’antico detto zen “la via è la meta”; ogni pagina di questa storia, piena di gente, di luoghi e di ironia, rinverdisce – attualizzandola – una filosofia di vita che, al di là del folklore e della nostalgia, ha ancora tanto da dare. Su questa ragazzina ventiduenne che Federica Tuzi fa muovere con tanta sapienza, vegliano degli “antenati totemici” che si chiamano Carlos Castaneda, Aldous Huxley, Timothy Leary, Gregory Bateson e chissà quanti altri meravigliosi fricchettoni visionari. È grazie a loro che, alla fine, dopo avere attraversato tutte le porte, quelle interiori e quelle esteriori, Alessandra tornerà a casa sana e salva e, soprattutto, pacificata con se stessa e con la sua famiglia, perché ormai ha imparato che “il vero viaggio comincia quando smetti di fuggire”. Senza alcun dubbio uno dei romanzi d’esordio meglio riusciti degli ultimi anni, che si è anche meritatamente aggiudicato il premio John Fante Opera Prima 2011.

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