Non fare la cosa giusta

Non fare la cosa giusta
Claudio Roveri è un informatore medico-scientifico. Ha quarant’anni, ha una moglie, ha una figlia adolescente. Ha una bella casa. Ha un migliore amico. Possiede il “kit” ideale e necessario per potersi considerare un vincente. Eppure cova il disagio. A un certo punto Erica, la figlia con la quale fatica a comunicare, gli rivela esattamente la natura della sua inquietudine, che non è data dalla paura di perdere tutto, ma di continuare ad averlo per sempre. Quando Claudio elabora questa fredda, chiarissima verità, la situazione cambia radicalmente. Armato di una bastardaggine che supera i confini della ragione, l’ex ‘persona qualunque’ comincia a dare ascolto al suo istinto: che gli dice, papale papale, di fottersene di tutto e di tutti, di eliminare con una logica machiavellica da brivido ogni problema e di tradurre ogni suo pensiero in azione, senza curarsi delle conseguenze. L’importante, infatti, è che stia bene lui. Niente filtri, nessuna censura, Roveri, giustiziere di se stesso, fa piazza pulita di regole e convenzioni, di etica e morale e, in nome del libero arbitrio, spinge l’acceleratore della sua mente fino in fondo, per guardare dove la follia e, specularmente, la razionalità possono farlo arrivare. Un dannato? Una vittima? Claudio Roveri è semplicemente un individuo disgregato, destinato a sopravvivere al male, nel male, con il peso insostenibile di un dubbio atroce: quello di non avere risposto a una telefonata che forse gli avrebbe impedito di lasciare andare via anche l’ultima cosa cara che gli era rimasta…
Leggere Berselli non è mai una passeggiata. Accostare i suoi libri, questo più degli altri, comporta un atto di resa incondizionata che ci precipita nel peggiore degli inferni, che è l’inferno dell’uomo. Dove non c’è luce, non c’è via d’uscita, non c’è catarsi alcuna. Ci sono autori che si arrovellano sui contrasti categorici universali del Bene e del Male con risultati più o meno edificanti. Berselli dribbla a priori l’aut aut e con i suoi personaggi irriducibili ci affonda nelle paludi in cui il Male Nostrum regna incontrastato. Non so, mi viene da pensare al McEwan più cinico e nichilista, al suo Il giardino di cemento, ai suoi infanti terribili, senza speranza, eppure capaci almeno per un istante di sovvertire il naturale ribrezzo che ci viene da provare nei loro confronti, in una profonda commiserazione. Divorando le pagine di Non fare la cosa giusta, per delle strane, personalissime associazioni di idee mi baluginano in testa persino i plurimi demoni, mentori, in carne e ossa o in pura anima vergine di dostoevskijana memoria… A Berselli, intuisco, non interessa mostrare tanto i conflitti degli estremi, quanto piuttosto indagare e registrare la diaspora del Male, analizzandone quasi anatomicamente gli effetti devastanti, la detonazione implosiva cui dà origine. Non ci sono nelle sue storie vincitori né vinti. Ci sono soltanto cattivi. Che sono immuni da qualsiasi senso di colpa (ai celeberrimi malvagi “convertiti” manzoniani, questi qui fanno un baffo!). E l’assenza del senso di colpa che mi pare di riscontrare nelle narrazioni di questo autore è la cifra che meglio riesce a demarcare la forza dei suoi lavori, pur suscitando sgomento, stupore, addirittura ribrezzo. Ho avuto il piacere di conoscere un “Berselli live”, in occasione della presentazione del suo libro alla Fiera milanese dedicata alla piccola editoria. Uno dei suoi relatori ha, mi auguro provocatoriamente, detto che il lettore finisce con il “tenere dalla parte” del protagonista, immedesimandosi in alcune sue “esternazioni”, diciamo così, poco ortodosse. Io sostengo il contrario. È infatti quasi impossibile identificarsi con i cattivi berselliani. E proprio in questo sta il secondo motivo (dopo e in conseguenza al senso di colpa di cui sopra) della vis corroborante e dell’originalità non pretestuosa della sua letteratura. Al simpatico scrittore bolognese non frega assolutamente di commuovere, “portare” dalla sua, giustificare, consolare, dare strumenti per… Lui scrive libri neri - acutamente introspettivi - per raccontare gli abissi senza ritorno. E meno male che qualcuno lo fa, senza arrogarsi briga e missione di aggiustare il tiro, conciliare le dicotomie, consolare, appunto. Perché i libri, se ancora non lo sapete, servono anche a questo: schiaffeggiarti, ucciderti, tradirti, lasciarti solo.

Leggi l'intervista a Alessandro Berselli

 

 

 

 
 
 
 
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