Non lasciarmi

Non lasciarmi
Traduzione di: 
Genere: 
Editore: 
Articolo di: 

Isolato nel cuore della campagna inglese, Hailsham è un posto bellissimo. I ragazzi crescono felici, il clima è così disteso, nonostante tutte le regole, che tutti i rapporti sono sereni anche con i tutori, alcuni di loro severi ma sempre giusti e pronti ad aiutare tutti e non soltanto ad insegnare con impegno arte e letteratura. Più di ogni altra cosa i tutori cercano di stimolare, favorire e incoraggiare la creatività dei ragazzi, ogni cosa che nasca dalla loro specifica inclinazione – una poesia, un disegno, un manufatto – potrebbe finire nella galleria di Madame, che con la sua aria austera periodicamente arriva al collegio, sceglie le cose migliori e le porta via con sé. Pare sia una cosa importantissima essere scelti, che avrà conseguenze notevoli per il futuro di ognuno di loro, quel futuro avvolto in una specie di nebbia e che i ragazzi intuiscono ma di cui nessuno parla apertamente. Ad Hailsham nascono anche profondi legami e qualcuno di questi si trasforma in qualcosa di più quando arriva l’adolescenza. L’amicizia tra Kath e Tommy è cominciata che erano bambini, in un momento in cui lui aveva qualche problema a relazionarsi con gli altri, e se lui aveva frequenti scatti di rabbia, i compagni lo prendevano sempre in giro e spesso gli facevano scherzi. Kath gli si era avvicinata, in qualche modo si erano trovati ed erano rimasti legati. Ma quando erano cresciuti Tommy si era messo con Ruth, l’altra ragazza del loro terzetto, un po’ presuntuosa, forse, Ruth, dal carattere forte ma legata agli altri due fin da piccoli. Poi il tempo ad Hailsham è finito, è cominciato anche per loro tre il periodo di mezzo nei Cottages, una specie di fattorie dismesse nelle quali i ragazzi si autogestiscono. Tra Kath, Tommy e Ruth allora qualcosa sembra incrinarsi, e Kath chiede di iniziare subito il praticantato per diventare assistente. Si ritroveranno qualche anno dopo, Kath è ancora una assistente ma è diventata una delle migliori; invece Tommy e Ruth – che non stanno più insieme fin dai tempi del Cottage – sono già dei donatori, e il loro ciclo è abbastanza avanti. Ruth, anzi, sente che il suo sta per concludersi e ha un solo desiderio, cercare di riparare ad un grave torto che sente di aver fatto allora ai suoi miglior amici. Per farlo si è procurata l’indirizzo di Madame. Riusciranno Tommy e Kath ad incontrare la misteriosa donna? Cosa scopriranno su Hailsham, il loro luogo del cuore, e sul loro vero destino? E potranno davvero cambiarlo?

Non è facile scrivere di questo romanzo, definito ucronico, del 2005 del premio Nobel 2017 Kazuo Ishiguro, nato a Nagasaki ma vissuto fin dai sei anni in Inghilterra (dove ha sposato una scozzese) e inglese a tutti gli effetti. Non è facile per l’unico motivo che bisognerebbe leggere questo libro senza saperne nulla, possibilmente senza conoscere nemmeno la trama iniziale. Il lettore dovrebbe incontrare “da solo” la voce narrante, Kath, quando di anni ne ha trentuno e racconta la sua storia, e quella dei suoi amici, a cominciare dall’infanzia attraverso flashback che come tanti tasselli solo alla fine compongono un quadro completo nella sua semplice e agghiacciante nitidezza. Quelli che alcuni indicano come difetti del romanzo sono piuttosto caratteristiche certamente volute e cercate, l’impressione che non accada nulla, che la storia non decolli mai determina il clima della realtà in cui vive la protagonista – il punto di vista resta sempre il suo per tutto il racconto -, che lei ritiene normale e accetta non soltanto con ineluttabile pacatezza ma pare, a tratti, anche con un certo compiacimento. Almeno fino a che un sentimento più forte non insinua un desiderio impossibile di normalità che si può tradurre in un breve periodo che consenta un rinvio dell’inevitabile (per Kath e Tommy) o in un lavoro in un ufficio postale con postazione vicino alla finestra, come appare in una fotografia di una rivista trovata per caso (per Ruth). La voce narrante e i suoi amici, per questo, non sono mai sfiorati dal pensiero di una ribellione (ma perché qualche lettore lo trova così assurdo e irritante? È proprio quello che voleva raccontare Ishiuguro!) ma sono parte di un sistema che non mettono in discussione e considerano normalità – e si perdoni ancora la reticenza a descriverlo che è assolutamente preferibile per il potenziale lettore. Ed è anzi questa accettazione ad insinuare un senso di gelido e drammatico stupore più efficace di qualsiasi colpo di scena. L’atmosfera nebulosa, l’apparente delicata leggerezza che subito dà l’idea di celare qualcosa di terribile che incombe si mescolano alle descrizioni dell’immobile, rarefatta e quasi ineffabile bellezza della campagna inglese. Ed è in questo che l’anima orientale, presente come uno stigma, come una traccia inesorabilmente triste e surreale, come una fantasia immaginifica improntata alla pacata e rassegnata desolazione senza speranza, sembra convivere con l’elegante gusto inglese in un storia lucida che certamente è incentrata su un tema concreto e importante, eticamente complesso e attuale. Giova citare Roberto Bertinetti su “Il Mattino” in occasione della vittoria del Nobel, che a proposito di Non lasciarmi parla di “dimensione della favola spesso nera dell’utopia negativa di cui furono maestri Huxley e Orwell, affrontando le scomodissime domande poste dagli inarrestabili progressi dell’ingegneria genetica”. D’altra parte, le distopie intrecciate ai progressi scientifici e all’ipertrofico delirio di onnipotenza dell’uomo non sono una novità; ma qui il tema si declina in un modo che pone interrogativi più ampi sull’esistenza e sul senso della vita, e non per disquisire amabilmente sui massimi sistemi ma per puntare dolorosamente il dito sulla riflessione che a tutti, inevitabilmente almeno una volta nella vita, capita di fare sulla brevità del tempo che abbiamo a disposizione, sull’impossibilità di ottenere rinvii di sorta e quindi sulla necessità di non sprecare nessuna occasione per essere davvero felici: “Per un istante fu come se ci tenessimo stretti uno all’altra, perché quello era l’unico modo per non essere spazzati via nella notte”. L’amore, l’amicizia, ogni vero legame sono l’unica cosa che abbiamo da opporre all’ineluttabile, fino a che dura, fino a che è possibile. Ishiguro è assai noto per il romanzo Quel che resta del giorno che gli ha meritato il premio Booker nel 1989, anche per il bel film omonimo di James Ivory del 1993; ma anche Non lasciarmi – che nel 2005 è stato finalista al Man Booker Prize, nel 2006 ha vinto la quarta edizione del premio letterario Merck Serono e nel 2005 è stato incluso dal “Time” tra i 100 migliori film in lingua inglese tra il 1923 e il 2005 – ha avuto una felice trasposizione cinematografica nel 2010 per la regia di Mark Romanek. È un libro sulla fragilità, sulla incertezza, non una lettura facile, ma triste, senza speranza… e tuttavia perderselo sarebbe un vero peccato. Un ultimo passo, per cogliere la dimensione in cui scegliere di immergersi o no: “Continuo a pensare a un fiume da qualche parte là fuori, con l’acqua che scorre velocissima. E quelle due persone nell’acqua, che cercano di tenersi strette, più che possono, ma alla fine devono desistere. La corrente è troppo forte. Devono mollare, separarsi […] ci siamo amati per tutta la vita… Ma alla fine non possiamo rimanere insieme per sempre”.



Pubblicità

 

Pubblicità

 

 

 
 
 
 

Potrebbero piacerti anche

Il nostro sito utilizza i cookie ACCETTO
Se vuoi saperne di più COOKIE POLICY

I NOSTRI PARTNER