Non mi fido dei santi

Non mi fido dei santi

Intervistato dal giornalista culturale Luca Sommi, lo scrittore, attore, comico e intellettuale Paolo Villaggio si racconta senza ipocrisie e con molta ironia: l'ascesa di Fantozzi al ruolo di icona per la sua capacità catartica di far sentire meno soli e meno sconfitti tutti gli italiani sfigati, cioè quasi tutti; il racconto del suicidio di Monicelli che diventa lo spunto per una riflessione sull'evidente assenza di Dio alla quale i credenti sembrano – incredibilmente - non voler rassegnarsi; gli aneddoti sui più celebri tra i suoi amici attori; la crisi del cinema italiano, che è soprattutto crisi finanziaria ma non di talenti; i primi eroici anni di cabaret e televisione; l'amicizia, anzi la 'fratellanza' con Fabrizio De André; e poi Genova, l'infanzia, Marco Ferreri, i telegiornali, Berlusconi, gli Usa, la sinistra, la proposta di abolizione degli aerei...

Non c'è granché di inedito in queste pagine, a dire il vero (Villaggio è un uomo molto intervistato e che ama spiazzare il pubblico con le sue posizioni poco accomodanti e per niente nazionalpopolari), se non forse un tono più malinconico del solito che percorre il libro e i molti, gustosi riferimenti all'attualità politica. Ma le pagine sull'ateismo, sulla morte o sui grotteschi paradossi della società italiana sono ficcanti e non banali. Peccato per i molti refusi: finché si tratta di una r saltata in Trafalgar Square poco male, in fondo, ma leggere per dieci volte di seguito Adolfo Cieli con la i nel cognome fa davvero cadere le braccia. Il momento più divertente? Il racconto delle cene del venerdì sera a casa di Ugo Tognazzi, che amava sperimentare piatti inediti dal sapore agghiacciante (tipo il maial-tonné o la mortadella impanata) o gli aneddoti su Vittorio Gassman piuttosto che su De André (“(...) Per la prima volta ho invidiato un funerale”). Il momento più toccante? A conclusione delle pagine che Villaggio dedica al ricordo dei giorni della fine della Seconda Guerra mondiale, un periodo di grandi speranze e di ritorno alla vita dopo anni di terrore e depressione, l'istantanea dei suoi genitori che ballano: “Una volta io e mio fratello siamo scappati di casa per andarli a vedere. Quando siamo arrivati alla balera li abbiamo visti, da soli, in mezzo alla pista. Il violino suonava, loro erano abbracciati, guancia a guancia. Avevano circa trent'anni. Li voglio ricordare così”.



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