Non ne sapevo niente

Non ne sapevo niente
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Calafat, Romania, 1995. Sulle rive del Danubio, che scorre silenzioso e che segna il confine tra Romania e Bulgaria, ha sede la missione UEO dei Baschi Blu, il Contingente multinazionale composto da Italia, Germania, Francia, Spagna, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Portogallo e Gran Bretagna. Iniziata nel 1993, la missione si concluderà tre anni più tardi. Dei 269 militari, quasi un terzo fanno parte della Guardia di Finanza. Il compito dei Baschi Blu è favorire la pacificazione dei territori della ex Iugoslavia, monitorando anche il traffico fluviale sul Danubio per evitare il contrabbando di merci e armi. La guerra dei Balcani è ancora in corso e il confine con la Serbia non è lontano. Ernesto Berretti, nel maggio del 1995, accetta di trascorrere alcuni mesi nella cittadina rumena per partecipare all’operazione di peace-enforcement. L’impatto con una realtà della quale non sapeva niente lo mette a dura prova. I militari italiani, di stanza sulla nave Carpaţ, devo combattere contro le blatte, il freddo e la diffidenza della popolazione di Calafat, che è una mescolanza di popolazione autoctona e di etnia Rom. Le operazioni di controllo sul Danubio si alternano alle visite a Calafat e nelle città vicine e ogni volta le passeggiate si trasformano in esperienze sempre più toccanti. Sono soprattutto i bambini, le loro condizioni e lo stile di vita misero e semplice, a colpire Berretti che giorno dopo giorno prende consapevolezza della realtà che lo circonda e delle persone che lì vivono. Oltre il cameratismo e il senso di fratellanza con i colleghi, sono i legami che si creano tra lui e Adrian, Dana e la piccola Aghata a sorprenderlo. I tre abitano un mondo non lontano dall’Italia, del quale non sapeva assolutamente niente. Un mondo che lo aveva portato istintivamente a sentirsi superiore. Un sentimento, questo, per il quale l’uomo, alla fine, finisce per provare vergogna grazie anche alla dignità con la quale gli abitanti di Calafat, che lavorano nella base e che vivono in città, dimostrano ogni giorno…

Questa esperienza vissuta in prima persona Ernesto Berretti, dopo molti anni di interiorizzazione, sente il bisogno viscerale di raccontarla e trasformarla in un romanzo, aggiungendo alle esperienze reali alcuni personaggi e fatti di fantasia. Attraverso il suo racconto, anche i lettori come me che non erano a conoscenza di questa missione avranno modo di imparare e conoscere qualcosa di più. Ed è proprio questo il lato positivo del romanzo: dal non saperne niente al saperne almeno qualcosa. Non è la guerra che si sta combattendo nei Balcani la protagonista di questa storia, ma la gente di Calafat e lo spettro di Nicolae Ceauşescu, colpevole, oltre che di un genocidio di massa, di aver anche distrutto l’economia nazionale rumena, portando la popolazione alla fame. Il protagonista di questo romanzo viene messo a dura prova da questa esperienza. Ed è grazie alla sua discrezione e cortesia che riesce a farla fruttare, traendone insegnamenti di vita. E sebbene si faccia riferimento a fatti accaduti quasi venticinque anni fa, la quotidianità ci dice che il sentimento predominante delle persone è la superiorità verso l’altro e che la curiosità e la voglia di conoscere sono sempre messe in secondo piano o considerate inutili o, peggio, pericolose. Ciò detto, se questo è l’aspetto positivo del romanzo, bisogna anche dire che lo stile e la forma non sono all’altezza della storia narrata. Scritto in maniera caotica e confusa, avrebbe avuto bisogno di una poderosa rilettura fin quasi alla riscrittura e questo è davvero un peccato che purtroppo svilisce e toglie importanza alla storia. Non è solo ciò che si racconta a fare di un romanzo un buon libro, ma è anche il come lo si racconta. Persino la più bella trama, se raccontata male, perderà di spessore e questo bisognerebbe tenerlo sempre a mente.



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