Non parlare con la bocca piena

Non parlare con la bocca piena
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Chiara e due trolley su per le scale, che faticata trascinarli su. Sarà poi il peso delle valigie o piuttosto quello della sconfitta, dell’incipiente solitudine? Perché dopo sette lunghissimi anni ha deciso di rompere con Federico, quello che a un certo punto, dopo tante relazioni sbagliate, era sembrato l’uomo della vita. “Tu sei una donna fallica”: ecco la conclusione, pragmatica e solo leggermente cinica, dell’amica MaraElena che chiosa questo ritorno di Chiara nella schiera dei single. Meglio l’amicizia, non delude mai. Così come l’amore di Angelo, l’albero di Natale sempre montato e illuminato, la tazzina di caffè col tintinnio del cucchiaino e loro, le immancabili Galatine, panacea di tutti i mali. Poi c’è il teatro, di cui Giancarlo è fervido appassionato, sempre seguito dal codazzo degli amici e amiche di famiglia, un coacervo variopinto di uomini e donne dalla mutevole identità sessuale. Ma che importa poi? Per Chiara, da ragazzina, il massimo dei problemi era capire come avvicinarsi al modello ideale, Gimmy il troione, l’amica ambita da tutta la popolazione scolastica maschile mentre lei andava in giro con gonnelloni scozzesi e camicette bon ton. Per fortuna, nei momenti di difficoltà o quando le sembrava di aver bisogno di una raddrizzata, zia Gertude era lì a segnare la strada…

Temi attualissimi, in queste pagine, trattati con naturalezza e ironia. Un’ottima ragione per arrivare in fondo a questo puzzle di personaggi, colori, pettinature, vestiti, battute, ambienti, luoghi che si affiancano e si rincorrono senza sosta. C’è tanta allegria, tanto amore nel senso più ampio del termine: esserci, sempre e senza giudizio, come a dire, un posto per te ci sarà sempre, mi prenderò io cura di te. Un tema ricchissimo, che trova l’immagine più commovente sul finale, quando l’inizio del simbiotico rapporto tra la protagonista e le onnipresenti Galatine si svela finalmente come uno straordinario atto d’amore. Al di là delle barriere di età, sesso, orientamenti personali, questo libro è anche, senza pretese moralistiche, un inno alla famiglia intesa come luogo di amore e di cura, porto sicuro oltre ogni convenzione e pregiudizio. Perché, ce lo ricorda questo romanzo d’esordio, alla fine quello che conta sono le persone e quello che hanno dentro, tutto il resto è sovrastruttura. Peccato solo qualche concessione di troppo al piacere della penna, per cui la varietà diventa dispersione, la mobilità rischia di farsi confusione, quasi una versione stressata di alcune memorabili scene de Le fate ignoranti. Il fondo rimane buono e il messaggio che corre tra le parole è comunque forte: sotto ogni pettinatura, vestito, battuta, c’è una persona ed è lì che dobbiamo guardare.



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