Non si può morire la notte di Natale

Non si può morire la notte di Natale

Giorgio Sala ha cinquant’anni ed è un attore di successo. Separato, due figli ed un’ex moglie con la quale non è in buoni rapporti, è consapevole che il suo microcosmo familiare dipende economicamente da lui e gli va bene così: preferisce essere in credito e non essere lui a dover ringraziare qualcuno; sa anche che quelli che lo circondano avrebbero vita meno facile senza di lui. È la notte di Natale, tutti i parenti se ne sono andati dopo il cenone, Giorgio è riverso sul tavolo della propria cucina con una pallottola nel cranio. La sua coscienza guarda se stesso dall’alto: nella mano stringe una Beretta 98 FS, sembra essersi suicidato ma no, non ricorda di averlo fatto. Quando la coscienza di Giorgio ridiscende da chissà dove, ritrova un corpo incapace di muoversi e di parlare; ora è lui a dover dipendere dagli altri, dalla sua famiglia, da tutti coloro che erano a casa sua quella notte: il padre e la madre, i figli e la ex moglie, gli amici Massimo e Barbara… Immobile, prigioniero su un letto, si sforza di andare con la memoria a quella sera di Natale: niente, continua a non ricordare di essersi sparato. E se qualcuno dei presenti al cenone, dopo averlo lasciato ubriaco e privo di sensi su quel tavolo di cucina, fosse tornato indietro per sparargli ed inscenare il suicidio? Giorgio non può fare altro che ripercorrere a ritroso i suoi rapporti con ciascuno di loro, in un bilancio di profitti e perdite fatto di male inferto e subìto, egoismi e bisogni, sensi di colpa e ricatti sottili che più o meno volontariamente s’insinuano negli interstizi degli affetti, dei sentimenti e dei risentimenti…

Avvincente fin dalla prima pagina, questa è una storia che ha il potere di coinvolgere il lettore con la narrazione affidata alla vittima, alla stregua del capolavoro cinematografico Viale del tramonto di Billy Wilder. Un altro richiamo ad un meccanismo di alto profilo può attestarsi tra l’Hitchcock de La congiura degli innocenti e quello di Intrigo internazionale, col protagonista costretto ad indagare su se stesso e colmare un pezzo di memoria mancante. Ma ad avvincere non è tanto la volontà di giungere alla ricostruzione dell’accaduto, quanto invece la disamina dei risvolti psicologici dei complicati rapporti che si instaurano con la costruzione e dissoluzione della coppia, con i figli, con i propri genitori, col mondo esterno e col ruolo che si finisce per ricoprire in ciascun ambito al di là delle velleità espresse e taciute, consapevoli e occulte. Una prospettiva d’osservazione, rielaborazione e riflessione il cui incedere ha il ritmo di un’analisi dalle conclusioni lapidarie, senza giudizi morali e senza sconti per nessuno, dove tutto si spiega non lasciando spazio a giustificazioni di comodo. Dopo poche pagine è già troppo tardi per chiamarsi fuori: ormai il lettore è invischiato in un nucleo nel quale i ruoli sono patologicamente dati, come in ogni famiglia, come in ogni sistema di aggregazione, con tutte le tare ambientali che l’interazione plurale porta inevitabilmente con sé, per la moltiplicazione esponenziale ed incrociata di ciascun elemento costituito, a sua volta, dalla struttura complessa del proprio “io”. E non è forse il Natale il topos ideale (Natale in casa Cupiello, Regalo di Natale, La rivincita di Natale, Parenti serpenti…) che offre la somma più alta del meglio e del peggio dei consorzi familiari e affini? Dalle battute velate ai rancori, dalle invidie sottotraccia alle insidie del mai detto, fino alle ipocrisie che appesantiscono l’albero ancor più degli addobbi. Si può rimuovere tutto con qualche bicchiere in più ed un brindisi rituale, ma non si può morire la notte di Natale.



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