Non tutte le sciagure vengono dal cielo

Non tutte le sciagure vengono dal cielo

Zurigo, 2011 (5771 del calendario ebraico). Mordechai Wolkenbruch è un timido trentenne con una madre un po’ troppo impicciona. La sua invadenza non si limita a ficcare il naso ogni tanto nella vita del figlio: è ossessionata dalla ricerca di una buona moglie per il suo Motti. Per questo organizza costantemente shidekh, gli incontri combinati fra due giovani ebrei finalizzati a un matrimonio tradizionale. Ma le fidanzate cercate da sua madre somigliano così tanto a lei, quella madre “con un sedere smisurato ma dotata della miglior ricetta al mondo per fare i canederli di matzah”. Motti non è più lo stesso: non bastano più i canederli, e gli abiti rigorosamente bianchi e neri, e il cibo kasher. Ne ha abbastanza di acquistare gli abiti e gli occhiali solo da commercianti ebrei poco assortiti e per niente cool. Il suo mondo rassicurante comincia ad andargli troppo stretto da quando si è innamorato di Laura, la goyete, la ragazza dell'università con quel sedere stupendo. Ma come potrà conquistarla senza ferire i sentimenti della sua amorevole, ortodossa, testarda, madre?

“Vorrei leggere qualcosa di ebraico” dissi al libraio. “Dicono che la lettura ebraica sia divertente”. “Lo è” rispose l’uomo, “è triste e allegra”. Proprio nel rapido scambio fra il protagonista e un libraio di passaggio si scopre l’animo di questo romanzo, in cui capitoli divertenti si alternano a passi nostalgici. E poi ci sono capitoli in cui vengono descritti con dovizia di particolari i rituali ebraici, e quelli erotici descritti con altrettanta dovizia. Un testo che scorre come acqua fresca, piacevole, costellato da dialoghi originali e mai scontati, capace di trascinare il lettore accanto a Motti, partecipe dei suoi dubbi e della sua voglia di crescere e diventare parte di un mondo più ampio e colorato di quello in bianco e nero dell’ortodossia religiosa in cui è vissuto fino al momento in cui lo abbiamo incontrato fra le strade di Zurigo, lacerato fra l’amore per la sua famiglia e quello per la Vita, nel senso più ampio del termine. Siamo con lui e con la vecchia signora Silberzweig, la “strega” che sulle carte non legge il futuro ma il presente. Lei ridendo forte, nonostante le innumerevoli sigarette le rubino l’aria, quando Motti va a trovarla e le rivela i suoi problemi, lo saluta allegra con un imperativo: “Allora vada e viva la sua vita”. Lechaim!



 

 

 

 
 
 
 

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