Non uscirò vivo da questo mondo

Non uscirò vivo da questo mondo
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1963, San Antonio, Texas. Doc si sveglia in preda a una tremenda crisi d’astinenza. Per la prima dose della giornata ad aspettarlo nel parcheggio sul retro, appoggiato contro il parafango della sua vecchia Ford nera, c’è Big Manny, lo spacciatore della Strip di South Presa, nel South Side di San Antonio. Puttane, tossici e sfaccendati si aggirano e trafficano senza sosta in questo “mondo di ombre anche in pieno giorno”. A Doc - all’anagrafe Joseph Alexander Ebersole III - è stata revocata per sempre l’abilitazione a esercitare la professione di medico a causa della sua assuefazione da morfina, e da allora è cominciata la sua parabola discendente, che giorno dopo giorno lo ha trascinato sempre più verso il baratro. Alloggia alla pensione Yellow Rose, dove pratica aborti clandestini e ricuce gente che è stata accoltellata o sparata ma che preferisce non andare in ospedale. Doc sta contrattando con Manny per ricevere a credito la sua dose quando arriva il corpulento agente della narcotici Hugo Ackerman, che li perquisisce con flemma e scherza con loro quasi complice. Qualche giorno dopo lo sbirro si presenta di nuovo a South Presa, ma stavolta è per chiedere le prestazioni di Doc. Con lui c’è Graciela, una messicana piccola, spaventata e con in grembo il frutto di un amore finito presto. La ragazza è appena arrivata nel quartiere che cominciano ad accadere cose miracolose…
Non uscirò vivo da questo mondo è l’ultima canzone incisa da Hank Williams, icona della musica country, morto a soli ventinove anni. Ed è proprio il fantasma arrabbiato del cantante a dare il tormento al protagonista. Un’ossessione che insegue Doc lungo tutto il romanzo d’esordio di Steve Earle (anche lui cantante country), che fin dalle prime battute si dimostra uno straordinario scrittore di razza. Non si ha il tempo di prendere le misure che si viene subito scaraventati nello squallore in cui sono immersi i personaggi, ritratti superbamente con poche pennellate. Doc, Manny e Graciela sono autentici (fatti di sangue, ossa e dolore - direbbe Bukowski), ricchi di sfaccettature e contraddizioni. E non sfigurano i personaggi secondari, che a tratti rubano la scena ai principali. Finiamo così per seguirli tutti nelle loro miserie e piccole gioie quotidiane, incantati e turbati dal vivido affresco di un’umanità disperata, in costante lotta, spesso contro se stessa, e che sprofonda nell’abiezione e nell’ottusa violenza. Ma anche ai peccatori più incalliti sembra essere concessa la redenzione. La fede, uno dei cardini della storia, è l’ancora a cui aggrapparsi. Il cattolicesimo di Graciela è quello tipico di molti messicani, devoti alla Vergine di Guadalupe ma le cui pratiche religiose sono spesso intrise di spiritualità pagana. La scrittura di Earle è capace di sorprendenti slanci poetici e onirici, ma non c’è spazio per i sentimentalismi, né per le descrizioni troppo lunghe. Il ritmo non cala mai grazie a una sequenza di immagini potenti ed efficaci dal gusto cinematografico (mai splatter). La crudeltà è poi bilanciata anche da un’ironia molto amara, che l’autore sa dosare con impareggiabile maestria, e dal candore di Graciela, la cui missione è alleviare i dolori e portare la luce nelle tenebre. Perché in fondo Non uscirò vivo da questo mondo è un inno alla bellezza, quella pura, sublime, struggente, che si nasconde nel marcio e brilla ancora più luminosa quando è circondata dal brutto e dal male.

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