Nonnitudine

Nonnitudine

Lui e la moglie hanno prenotato l′aereo con largo anticipo e una macchina a nolo, ma al loro arrivo in Spagna ‒ nonostante siano partiti otto giorni prima della data probabile ‒ il bebetin è già nato. La moglie continua a chiedergli se si sente nonno, ma è complicato rispondere adesso, bisogna che prima incontri il nipote, senza vederlo è difficile. E dire che tutto il mondo che ruota attorno alla famiglia si è già messo in moto da tempo: i mesi di attesa sono trascorsi tra le congratulazioni, gli auguri, la febbrile produzione femminile di berretti, calzette e guantini. Poi, finalmente arriva il momento dell′incontro. Si sente felice. È scoccato l′imprinting. Sta appunto leggendo sull′argomento un interessante libretto, che sostiene esistano molti episodi di imprinting, almeno quante sono le stagioni della vita. Come le oche, all′uscita dall′uovo, videro il volto barbuto di Konrad Lorenz e pensarono “mamma”, così è successo a lui: ha visto il nipote, ha pensato “nipote” e se ne è innamorato all'istante. Quindi c′è il rischio, come insinua la moglie, che se accadesse di avere altri nipotini, tutto potrebbe perdere di intensità, perché il bebetin, inutile girarci attorno, ha trovato il campo sgombero dall′esperienza. È subito paura. Per addormentarsi, per eludere il dolore dei duemila chilometri che al ritorno lo separano dal nipotino, intona nella sua testa “bebetin”, che si applica con facilità alle note di Jingle Bells. Canta fino a prendere sonno…

La nonnitudine, come suggerisce la parola stessa, è uno stato tipico dei nonni, a metà strada tra l′ebetudine, un′attitudine poetica in senso letterale e una vera e propria malattia. Soprattutto implica responsabilità, una “percezione del mondo come luogo che andava bonificato, perché un nipote potesse radicarsi”. È quello che succede, in ogni caso (anche se il dottore abbassa gli occhiali e sospira a lungo, quando si commette l′errore di chiedergli consiglio). Diventare nonno è un′esperienza esaltante, una straordinaria felicità, ma non perfetta. Esistono timori e grandi domande, così urgenti che certo si possono sacrificare le discussioni di geopolitica tra amici a favore di argomenti di più stringente attualità: quanti dei nipoti dei presenti hanno iniziato a parlare, che cosa fare quando non si condivide lo stile educativo dei figli, a che età proporre la lettura di Quasimodo e così via. La nonnitudine poi regala nuove energie vitali: quando il bebetin incomincia a camminare, suo nonno riprende a correre. Tra riflessioni e momenti esilaranti, mescolati e condotti da una penna agile, Fulvio Ervas scrive un romanzo che ancora una volta trae spunto dalla vita vera. Ma a differenza di Non tacere e del suo acclamatissimo Se ti abbraccio non aver paura, questa volta è la sua personale esperienza di nonno a fornirgli l'ispirazione. Una storia che senz′altro si fa apprezzare, soprattutto per chi si trovi in stato di nonnitudine.



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