Notti in bianco

Notti in bianco
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Ci sono momenti, come dice zio Sterling, “in cui il destino viene a fermarsi nel bel mezzo della via di fronte a te”. Sono momenti in cui “ti ritrovi ad attraversare una linea bianca” dall’apparenza insignificante, ma, solo molto più tardi ti rendi conto dell’implacabile abisso che in realtà era. Nell’estate asfissiante del 1990 Jean ha dodici anni e va per i tredici. Sua sorella Birdie, il cui il nomignolo resiste anche se suo padre lo detesta, ne ha sette. A Split Town sono quasi le uniche bambine e la loro estate si preannuncia una sterminata distesa di scorribande sulle colline e lungo il ruscello che delimita la proprietà di famiglia. La tv in cucina, dove regna la loro sensuale madre Ania, è perennemente accesa su un notiziario che dà aggiornamenti in tempo reale sulla guerra del golfo, il loro padre ha appena portato a casa un disco che si chiama Windows, l’AIDS che ha ucciso Ryan White per loro è una malattia misteriosa che si prende dagli assistenti di volo, i fratelli Steelhead continuano a coinvolgere il minore di loro, Fender, in scorribande sempre più folli, Jean è cresciuta di dieci centimetri ma ha il petto ancora piatto, sua madre ha “abbracciato una certa visione dell’Inghilterra” aiutata dalla vecchia fotografa anglosassone Margareth, in casa un pianoforte a coda per bambini che è la nuova ossessione di Jean ha preso il posto del tavolo da cucito. Il vecchio dirimpettaio Otto che vive con un figlio leggermente ritardato, da quando è morta sua moglie sembra vivere in veranda osservando quello che accade nella loro casa; è un estimatore delle esibizioni di Jean ed è molto affezionato a tutta la famiglia, in particolare alle due bambine. Il papà ha comprato una nuova falciatrice che è arrivata in una scatola enorme dalle infinite potenzialità abitative che Jean e Birdie finiscono presto per apprezzare. La mattina in cui sua madre è partita è stato uno di quei momenti di cui lo zio Sterling parlava, probabilmente. Quella mattina segna il confine esterno di un mondo che si allarga sempre di più e che è popolato di adulti, delle loro abitudini, violenze, dei gemiti delle loro notti più o meno appassionate, delle loro incongruenze, del fiato e del corpo di Fender, di interruttori che nessuno più in casa fa scattare come faceva Ania al proprio passaggio…

Jean è una preadolescente che analizza una città di vecchi con la compostezza e il distacco di un entomologo. Disseziona le loro vite e le espone come solo una mente pulita, non gravata da pregiudizi potrebbe fare ed Annie DeWitt è bravissima a leggere la mente di una ragazzina di dodici anni, a condividerne col lettore i pensieri liberi da tabù e sovrastrutture. Il suo stile ha colpito l’America come un calcio sotto la cintura, tanto che Notti in bianco ha trovato la critica unanime nel definirlo un capolavoro assoluto. La solitudine è uno dei personaggi silenziosi del libro, ma anche uno dei più potenti. La solitudine che viene dall’isolamento, dalla distrazione di un mondo adulto che poco si cura dei ragazzini se non in modi distorti e marginali. Il mondo del 1990 nel quale la storia è ambientata è un mondo che sta per oltrepassare la sottile linea bianca della quale parla l’ineffabile zio Sterling, senza esserne assolutamente consapevole, un mondo dove i ragazzini vivono all’aria aperta e scorrazzano in desolate lande adulte i cui abitanti sembrano più preoccupati dal virus che sta uccidendo così tanti animali in città che non dal fatto che il grano “non era l’unica cosa che stava crescendo in fretta quell’estate”. Ci sono moltissime allegorie nel testo, a partire forse dai nomi, dalla birra bevuta dai protagonisti, dal nome stesso della città, ma il sublime talento di Annie DeWitt sta nel costruire un romanzo che è allusivo senza mai essere apertamente allegorico. Molti paragoni sono stati messi in campo per questo esordio letterario fulminante, ma forse per timore di scadere nella banalità non è stato disturbato Holden Caulfield, che appartiene alla generazione di Ania, la madre della protagonista e probabilmente a quella dell’ineffabile zio Sterling, che, come tutti i personaggi minori di Notti in bianco, viene trattato dalla sua autrice come un protagonista. Sono molti gli echi di immediata consonanza che si ritrovano tra le righe, il più evidente, è quello con Marilynne Robinson e quel Le cure domestiche che le è valso il Pulitzer, ma a mio modesto parere qua e là occhieggiano risatine e piccoli ammiccamenti da fratello maggiore scafato che possono solo appartenere al più eterno di tutti gli adolescenti. Notti Bianche è e rimane, tuttavia, un capolavoro di unicità, destinato ad eternarsi per le generazioni future grazie alla propria straordinaria forza d’impatto e spregiudicatezza, al talento straordinario di un’autrice che ci racconta la vita degli adulti attraverso lo specchio di quella dei ragazzini con tutto il suo atroce, incantevole, corredo di fisicità, fragilità, oscurità.

LEGGI L’INTERVISTA AD ANNIE DEWITT



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