Notti in bianco, baci a colazione

Notti in bianco, baci a colazione

Di lavoro Matteo fa il padre. Di professione disegna fumetti. Per passione scrive. La professione dei fumetti l’ha imparata disegnando. Il lavoro di padre facendolo, ma con tre ottime insegnanti: le sue figlie, che oggi hanno nove, cinque e tre anni. La scrittura, in un certo senso, è sempre stata lì, presente e assente, in attesa costante, celata dietro un angolo come un bimbo che fa nascondino e aspetta che dicano “tana!” per sbucare fuori. Ha qui messo insieme le cose, scegliendo per una volta di disegnare solo con le parole. Una specie di diario. Vi ha raccolto narrazioni, cronache, riflessioni, istantanee quasi quotidiane della crescita delle sue bambine, e della sua crescita attraverso la loro. Di come essere padre lo abbia reso un uomo migliore, un professionista più coraggioso e un compagno più attento. Anche un compagno più stanco, ma di una stanchezza condivisa, quell’affaticamento progettuale che ha ogni persona quando tenta di costruire qualcosa insieme a un’altra. Virginia, Ginevra e Melania sono le lenti da miope con cui osserva il mondo. La vista che gli regalano gli consente uno sguardo diverso su tutto, anche, se non forse soprattutto, su tutto ciò che è stato prima di loro. Credo si chiami mettere le cose in prospettiva. Nella giusta prospettiva, ché in fondo tutto dipende dal punto di vista. Le prospettive ci insegnano a tracciare orizzonti e a capire che ogni cosa cambia a seconda di come scegli di guardarla, e che a volte i futuri più improbabili sono il risultato di una rincorsa che hai cominciato a prendere quando nemmeno lo sapevi. Devi solo vincere la paura di saltare quando arriva il tuo momento. La paternità è stata il suo salto. Il salto di Matteo, e non solo, bensì di tanti altri, spaventati e trepidanti come lui. Una cosa che ha scoperto è che la qualità della sua paura è mutata negli anni. Avere dei figli sposta il nucleo degli umani timori in una zona più oscura, ma al contempo lo trasforma in un elemento prezioso, un faro che orienta il cammino e non più un fuoco che brucia la pelle. Non devi più difendertene, ma alimentarlo. Ed è un lavoro da fare nell’ombra e con gli occhi perennemente aperti, quasi che troppa vita ti impedisse di chiuderli del tutto, rendendoti insonne per sempre. Nella sua vita insonne Matteo è: padre, figlio, amico, cuoco, chitarrista, giardiniere, disegnatore, amante, lavatore di piatti, costruttore di torri coi cubetti e un mucchio di altre cose, tutti i giorni e non sempre in quest’ordine. Ma ha scoperto che la prima cosa è l’unica che lo contenga per intero. Tutti i giorni impara da quella e ogni lezione che impara alimenta tutte le altre. Le sue figlie alimentano lui e gli ricordano che essere padre significa vivere in bilico tra la responsabilità e l’abbandono, tra la forza e la tenerezza. E che questo vale per tutto. Il resto viene di conseguenza…

Diventare genitore. Meglio, diventare padre. Il che, ovviamente, è diverso dall’essere madre. Non è cresciuto dentro di te per nove mesi, quell’esserino che dal momento della sua nascita in poi per te sarà semplicemente tutto. I suoi calci li hai sentiti solo da fuori, appoggiando la mano sul ventre della donna che ami. Non ti ha squassato lo stomaco a forza di nausee, e per te il parto è stato solo un evento a cui assistere, o magari, nella peggiore delle ipotesi, da riprendere col telefonino. Eppure da quel momento in poi sarà tutto differente. E tu non sarai pronto. Non ti sentirai capace, vedrai che alla tua donna viene tutto naturale e a te no. In certi momenti sarà probabilmente anche tutto peggio di prima, perché arriverai a casa stanco o rabbuiato dal lavoro e non dormirai la notte perché la luce dei tuoi occhi, che non ha altro modo per comunicare se non piangere, non tacerà finché, povera, non avrà trovato pace. Ed è solo l’inizio. Sarà il viso in cui ti riconoscerai, il carattere in cui ritroverai i tuoi spigoli, la persona da cui imparerai tutto e a cui insegnerai le cose che hanno insegnato a te, che porterai allo stadio, in piscina, a lezione di danza, che accompagnerai a scuola. Sarà quell’individuo diverso da te e sul quale tu non hai alcun diritto di proprietà che prima o poi ti dirà che ti odia perché, a meno che tu non sia un perfetto imbecille, gli avrai detto, per il suo bene, un no. Sarà quella persona che ti renderà orgogliosa e che ti farà sentire che ogni cosa che fai è sempre e comunque sbagliata, che ti farà sbattere la testa al muro e ti scioglierà il cuore la prima volta che dirà il tuo nome, che ti metterà in imbarazzo alla prima domanda a cui non saprai rispondere e per cui ti sentirai il cuore in gola la prima volta che fa ritardo. Sarà la musica e la poesia del tuo quotidiano e colui o colei che ti regalerà l’eterno terrore della perdita e ti toglierà per sempre la libertà di fare come ti pare perché – che abbia i tuoi geni oppure sia arrivato per altre vie alla tua porta, ma i figli sono figli, e non solo non si pagano, come diceva l’immensa Filumena Marturano, ma sono tutti uguali – è la tua priorità, e prima che al resto devi pensare a lei o a lui. Non sei più libero. E quindi sei liberissimo. Perché è amore, e chi ama rimane. Matteo Bussola, con la stessa precisione con cui realizza i suoi bei fumetti, dipinge con parole fotografiche la vita vera, la sua, quella di un padre con tre bambine, da cui ha imparato a guardare il mondo e con cui, tra pappe, puzze e giochi, ha riscoperto il senso della vita e, appunto, delle priorità, che non sono i mille contrattempi che ci affollano la vita, anzi: un racconto preciso, semplice, dolce, a tratti esilarante, buffo, autentico anche nelle sue uniche e irripetibili bizzarrie in cui chiunque, però, a vario titolo si immedesima, chiaro, bellissimo, lirico e non retorico, che fa sentire il lettore, pagina dopo pagina, sempre più a casa.



 

 

 
 
 
 

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