Novecento

Novecento
Sul Virginian, uno dei tanti piroscafi che agli inizi del secolo trasportano ricchi e disperati, senatori e poveri diavoli, tutti alla ricerca di qualcosa nella terra delle grandi promesse, l’America, c’è un uomo fuori dall’ordinario, in tutti i sensi. A cominciare dal nome, Danny Boodman T.D. Lemon Novecento. Danny Boodman è il nome del marinaio nero che lo ha trovato il mattino del primo giorno del secolo in una scatola di cartone sul pianoforte della prima classe del transatlantico. T.D. (“faceva fine avere delle lettere in mezzo al nome”) Limoni era tutto ciò che era scritto su quella scatola. E poi Novecento, “il gran finale” in quel nome che doveva essere diverso, perché quel bimbo sarebbe stato Qualcuno. E lo è diventato davvero Qualcuno, Novecento: è il più grande pianista che abbia mai suonato sull’Oceano, la gente si incanta alla sua musica. Lui è capace di danzare sulle tempeste, col suo pianoforte che duetta con l’infinito del mare aperto agiato dai venti. Ma non è capace di scendere tre scalini per vederla davvero l’America, dove pure la nave ha attraccato tante volte. In più di trent’anni, Novecento non ha mai messo piede sulla terraferma e quando, una volta, ha provato a farlo si è accorto di avere davanti un pianoforte con “una tastiera di milioni e miliardi di tasti” e che scendere avrebbe voluto dire sedersi “su un seggiolino sbagliato: quello è il pianoforte su cui suona Dio”. Eppure Novecento ha visitato mille paesi, conosce gli odori delle strade di Londra e i colori dei tramonti sui ponti di Parigi, perché lui “sapeva leggere. Non i libri, quelli son bravi tutti, sapeva leggere la gente. I segni che la gente si porta addosso: posti, rumori, odori, la loro terra, la loro storia … Tutta scritta addosso”. Non è un uomo infelice Novecento, è libero dalle convenzioni del mondo ma, forse, è prigioniero delle sue paure e del guscio di una nave, che è tutto il suo mondo. Cosa ne sarà di lui quando il Virginian dovrà esser demolito?...
Novecento è un lungo monologo teatrale scritto per essere recitato da Eugenio Allegri per la regia di Gabriele Vacis, collaboratori storici di Baricco. Una volta terminato, scrive l’autore nella prefazione, ne è risultata una via di mezzo “tra una vera messa in scena e un racconto da leggere ad alta voce”. La storia si incentra sul conflitto tra la curiosità per l’ignoto e il timore di affrontarlo, sul senso della narrazione, sul significato reale di finito ed infinito. Il testo è agile, scorrevole, breve ed incisivo, la sintassi semplice e paratattica, la narrazione in terza persona, il lessico colloquiale ed efficace, capace di far vivere al lettore le scene, ascoltarne la musica, assaporare le sensazioni dei personaggi, avvicinare la personalità affascinante, geniale ed enigmatica del protagonista. Una bella favola, questa di Baricco, una storia incantevole raccontata con stile icastico, evidentemente destinata alla rappresentazione, ma godibilissima anche come un concentrato di poesia in prosa. Come spesso accade con gli scritti di Baricco, è un piccolo libro da amare o odiare. Ciò che ne fa, per alcuni, un testo delicato, commovente, struggente, surreale, per altri è mediocre e melensa commediola, ricca di espedienti gaglioffi per lettori di una ingenuità disarmante e poco colta. Questo autore discusso, insomma, è anche qui accusato di essere più furbo che bravo, soprattutto da una larga fascia di intellettuali piuttosto snob. Le descrizioni eleganti, il minimalismo lirico ed emozionale, l’uso abile della punteggiatura, che pare suggerire l’enfasi delle parole, possono incantare o far pensare ad una ricerca continua della frase ad effetto. Ma se un libro si giudica anche dalle emozioni che sa suscitare è difficile affermare che questa lettura lasci indifferenti. D’altronde, per dirla con Novecento, “non sei fregato veramente finché hai da parte una buona storia e qualcuno a cui raccontarla”. E Baricco, lo si creda o meno, ne ha sempre, o quasi, una da parte. Nel 1998 da questo libro è stato tratto il bellissimo film di Giuseppe Tornatore La leggenda del pianista sull’oceano, uno dei pochi esempi di riduzione cinematografica all’altezza del testo scritto, se non migliore. 
 

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