Observatory Mansions

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Anche se ha trentasette anni, Francis Orme vive ancora con sua madre e suo padre: l’una allettata, l’altro muto e sulla sedia a rotelle. Molti troverebbero la cosa terrificante e insopportabile, magari addirittura arriverebbero a pregare in segreto che i genitori morissero, a lui invece fa piacere, la trova rassicurante. Gli Orme vivono in “un enorme cubo di quattro piani in stile neoclassico, denominato Observatory mansions”: quando è stato progettato e costruito – al posto di una villa di campagna che si chiamava Tearsham Park – il palazzo era isolato da tutto e da tutti, ma ora è assediato dal traffico e dal rumore, “un’isola pedonale (…) accerchiata dal convulso fluire” della città. I suoi giorni migliori sono passati da un bel pezzo: la facciata è ormai sudicia e cadente, piena di scritte in vernice spray e anche gli impianti sarebbero tutti da rifare. Ma nessuno ha interesse a metterci mano: strutturato per ospitare ventiquattro famiglie, Observatory Mansions ormai ospita solo sette persone (tutti in affitto), il cui comune terrore è quello di rimanere per ultimi, da soli nel palazzo desolato. Da dodici anni infatti si parla di demolizione, ma a parte qualche rara visita di tecnici che stanno qualche ora a fare rilievi e poi se ne vanno non è mai successo nulla, probabilmente si attende che tutti gli inquilini di Observatory mansions via via passino a miglior vita per poi demolire la struttura. Loro del resto sono ormai rassegnati a questa decadenza venata di paura, così quando il Portiere affigge un avviso che recita: “Appartamento 18. Affittato. Tra una settimana” entrano nel panico. Chi sarà questa persona? Che vuole? Perché è venuta proprio lì?

Il tenero e taciturno Francis, che accudisce con abnegazione i genitori invalidi, si guadagna da vivere facendo la statua vivente per i turisti davanti alla Biblioteca pubblica, indossa sempre i guanti e fa collezione di oggetti amati da altre persone (rubandoli, se necessario) è il protagonista del romanzo d’esordio di Edward Carey, illustratore e drammaturgo del Norfolk. Una fiaba surreale a metà tra Samuel Beckett e Tim Burton che è anche una metafora sull’importanza (probabilmente esagerata) che luoghi e oggetti hanno per la vita interiore degli esseri umani. Una nuova inquilina del bizzarro, statico microcosmo che è Observatory Mansions (che a ben vedere rappresenta l’anima tormentata di un solitario, un misantropo, un weird) porterà un salutare bagno di realtà alla alienata comunità che lo abita: all’inizio questo scatenerà una crisi – ovviamente – ma alla fine ne sarà valsa la pena. Carey flirta con l’estetica dark ma mantiene un approccio leggiadro anche quando descrive situazioni borderline. Il risultato è un romanzo magari non rivoluzionario ma impeccabile e grazioso, che delizierà chi ama certe atmosfere.



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