Odio i dormienti

Odio i dormienti

L’uomo amato le dorme al fianco, impassibile, “affaccendato nel suo riposo”. Non conosce la notte perché non la vive. Le soccombe. Le si arrende. La donna amata, invece, sente la notte come momento massimo di Mistero e di scoperta. Non sa restarle indifferente e odia chi lo fa. Odia i corpi morti messi a dormire. Odia quel loro spogliarsi d’umanità, la notte, per avvolgersi in un pigiama di sonno e indifferenza. “Vestiti da uomo” grida allora al suo compagno, “diventa il profeta dell’ombra”. Non è da esseri umani l’incosciente serenità, ma il fremito notturno”… “È nella notte buia che ho scoperto la vera altezza del cielo e che sono ricaduta sul tesoro delle fragole”. Passeggiare in strada, tra le case delle quattro del mattino, “cattedrali di nuova chiarezza”, è un’esperienza mistica. Lei, una donna, va, cammina, sostenendo il “sonno di quarantamila dormienti”. Molto presto arriverà il giorno a “graffiare la città” che sa già di latte fresco… Una donna, in viaggio per la Francia, su di un vagone, scrive a un uomo; gli racconta i suoi pensieri, gli descrive gli altri viaggiatori. “Scrivervi è prolungare la lunga pausa della vostra presenza sulla carta”. Nel raccontare a lui, nel dire di sé, dice di lui. Le loro sagome, i loro profili, si frappongono. Si confondono. “Quando vi sono vicina […] mi cancello ma divento una fenditura per ricevere”…

Non tre racconti, ma tre “prose liriche” colmano e traboccano da questo piccolo libriccino. Violette Leduc (1907-1972), scrittrice francese scoperta da Simone de Beauvoir (tra le sue opere ricordiamo La bastarda), ha una penna poetica, lieve e insieme fissa, poiché vera. Racconta per immagini all’ennesima potenza, crea straordinarie cattedrali di metafore. Il suo è un immaginario visionario, ispirato, che a tratti ricorda la nostra Alda Merini. Non si arrende la penna, non si cristallizza in un’immagine ma continuamente si ricrea a partire da essa, perché “il vento ha la passione dell’immaginario”. Nello scrivere, la Leduc – dal privato travagliato – esorcizza il suo terrore per gli abbandoni, per gli affetti strozzati. Non è un’anima in pace, non è una dormiente, ma un cuore in veglia costante. Si perde tra le coltri della notte, smania tra sofferenti lenzuola. Non conosce ignoranza del male, del dolore. Si lascia attraversare da parte a parte, non si risparmia alla vita, ma non accetta in sé la Vita. Come il cielo da un fulmine così si fa squarciare, rasentando quasi il masochismo, il disamore per sé. L’amore mancato non permette riposo, né palliativo alcuno. Non resta, allora, che lasciarsi travolgere da un turbinio di storie, di immagini, di verità camuffate da bugie. Non resta, allora, che lasciarsi cullare dal vortice della parola creatrice, della penna favolosa, per cantare quegli affetti strozzati, mancati, mai stati, e provare, almeno un po’, ad aver cura di sé, del proprio animo eccelso e sublime. Della propria Poesia. Sebbene essa resti comunque, proprio come la notte tanto amata dalla scrittrice, mai pienamente afferrabile, ma soltanto da assaporare a piccoli, avidi, morsi; da stringere con fugaci pizzichi d’amore.



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