Ogni cosa che tocco è un'astronave

Ogni cosa che tocco è un'astronave
A Udine c’è una libreria, la “Papercut”, specializzata in libri rari: un gioiellino di negozio in cui è possibile trovare preziose prime edizioni e titoli particolari. Particolare lo è anche Sara, colei che la gestisce: ventuno anni, universitaria dallo scarso entusiasmo, bionda tinta, bella, tette poche e niente, una storia quasi completamente sfrangiata senza possibilità di ricucire nulla, come sempre quando ci sono state parole e gesti dai quali non si torna indietro. La libreria però non è di Sara, ma di Carlo Vannucci – Negro Wolfe, come lo chiama lei che ha un soprannome fantasioso per tutti – un cortese signore barbuto che lei ha visto tre volte in tre anni, quando lui per Natale arriva ad Udine e la porta, galante, a cena. Di lui sa solo che vive in Belgio e che ogni settimana le manda pacchi di libri speciali. Sara sembra una ragazza comune, anzi in fondo lo è, e i suoi desideri, le sue aspirazioni – così normali nella loro semplicità – le sue paure sono quelle di tutte, sono quelle di tutti. Alla fin fine Sara non vorrebbe altro che trovare un amore che sia il più possibile per la vita, una sponda sicura nelle incertezze del quotidiano, un abbraccio forte nel quale perdersi ogni tanto. Invece lei si racconta tante cose, spesso tante bugie, per altro essendone consapevole: “Non me ne fregava un cazzo di sognare […] i sogni son esempi sbagliati. […] Niente da fare. Avevo un disperato bisogno di sognare”. Dev’essere per quello che quando nel negozio un giorno entra un tipo - spiccicato a Kurt Cobain! - che le propone di acquistare per mille euro (perché ha fretta e bisogno di soldi) nientemeno che il reggiseno magico di Sylvia Plath, capace di donare improvvisa e straordinaria ispirazione letteraria a chiunque lo indossi, lei decide che vuole crederci. Sara lo riconosce, sembra proprio il reggiseno del costume che Sylvia indossa nella foto dell’agosto 1952 a Nauset Beach, ma di qui a convincersi davvero che abbia poteri magici, insomma … “Questo mio bisogno continuo di credere in qualcosa e in qualsiasi cosa […] di stordire la realtà come se la vita fosse succo d’arancia a cui devi aggiungere sempre vodka per riuscire a berlo”. Insomma Sara lo compra; poi lo spedisce a Negro Wolfe in Belgio perché possa farlo analizzare. Peccato che il giorno dopo arrivino armati in negozio due tizi che sembrano mujaheddin e un tale vestito di nero che pare un Kung Fu Master, e di certo non con buone intenzioni perché vogliono appropriarsi ad ogni costo del reggiseno che Sara, però, non ha più. Eh già, gran brutta cosa l’ambizione di voler scrivere cose eccezionali, si può essere davvero disposti a tutto … Attraverso rocamboleschi viaggi in camper armata di una spada (!) fino a Bruges, tra violenza che forse è amore (ma è mai possibile?!), amici che forse vogliono ucciderla, nemici che le salvano la vita, Sara cercherà il benedetto reggiseno (ma proprio lei che nemmeno ne usa uno?!) e forse troverà il bandolo smarrito per ritrovare se stessa, lì dove non avrebbe mai pensato di cercarlo…
Alberto Calligaris da Udine, dal suo buen retiro in Cornovaglia, torna a pubblicare un romanzo cartaceo in Italia, e lo fa con una storia frizzante, scoppiettante che si fa leggere d’un fiato. Una vicenda dalle tinte multicolori, ora gialle ora appena noir ora divertenti, talora volgari e disturbanti, ora tenere, poi surreali e quindi drammatiche, e ancora romanticamente rosa, fino a qualche sfumatura erotica. Troppo in una storia sola? Assolutamente no quando si tratta di un autore come Calligaris, difficilmente paragonabile ad altri per il suo stile moderno e informale, curiosamente amalgamato in un impasto di sapori liscio, omogeneo e senza grumi con un’impronta old style che piace moltissimo. È uno di quei libri, questo, in cui oltre a seguire la trama per vedere cos’altro è capace di combinare o quale altro guaio è in grado di attirare quella squinternata della protagonista, sei costretto a tenere una matita per segnare frasi e pensieri che vorresti saper citare, come sagge e illuminanti riflessioni sull’amore, sull’amicizia, sui libri, sulla scrittura. Ti capita di pensare continuamente: ma è vero! Quanto ha ragione! Come stessi leggendo un filosofo metropolitano saggio che ne ha viste tante nella vita. Ed è anche uno di quei libri che quando finiscono un po’ ti dispiace, come se avessi ancora fame nonostante una buona cena appena terminata. Perché, per dirla ancora con Calligaris, “Il gioco della letteratura è solo per chi non mangia. Il mestiere di scrivere è per chi non ha da mangiare. Il mestiere di leggere è per chi ha la stessa fame di chi scrive”. O ancora - e chi più di Mangialibri può apprezzare! – “ un libro (è) da masticare e inghiottire […] Esiste un cannibalismo della carta stampata perché siamo tutti parola. In principio erat verbum”. Consigliato a tutti coloro che stavano aspettando da tempo di leggere ancora qualcosa di questo autore, e a chi vuole scoprire sempre qualcosa di nuovo, piacevole e fuori dagli schemi.

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