Ogni mattina a Jenin

Ogni mattina a Jenin
Yaheya e Bassima, Hassan e Darwish, Dalia, Yussef e Isma’il, Fatima, Amal e Majid, Falastin e Sara. Più di sessant’anni di storia, dal 1941 al 2002. Sono gli anni della guerra tra Israele e Palestina, gli anni della distruzione e della devastazione, degli scontri tra culture sorelle ma dal rapporto problematico. Una famiglia come tante, emblema delle disgrazie che inutili conflitti hanno riversato su intere generazioni. Donne e uomini, padri, madri, figli, mariti e mogli. Nel 1941 la guerra tra Israele e Palestina inizia a sconvolgere intere popolazioni. Bassima ama le rose, forse più del marito Yaheya, dal quale ha avuto due bei figli maschi, proprio come vuole la cultura e la tradizione araba. Sono Hassan e Darwish, anime simili e contrastanti allo stesso tempo, animati da un amore viscerale tra fratelli, amore che porta Darwish a rinunciare a Dalia per favorire il fratello Hassan. Dalia: beduina ribelle, donna forte e risoluta. Più che innamorata di Hassan, ama il cavallo di Darwish, ma decide di sposare il fratello, dal quale ha i primi due figli maschi: Yussef e Isma’il. Dalia è una madre e moglie devota, legata ai propri figli e alla propria terra, rappresentata da Jenin, piccola cittadina araba. Proprio quella città diventa presto teatro degli assassinii tra fratelli, alla ricerca di un’autonomia personale, di una cultura individuale, in una distanza incolmabile per tradizioni e religione. La vita di Dalia viene sconvolta dalla scomparsa del figlio Isma’il, un piccolo bambino di quattro anni con una cicatrice vistosa sul volto, causata dal fratello Yussef. Sarà questo segno particolare la chiave di volta della storia della famiglia, quando Sara, nipote di Dalia e figlia di Amal, ultima creatura che la beduina aveva messo al mondo dopo aver perso Isma’il, decide di fare luce sul suo passato e su quello della famiglia di sua madre, certa di alcune mancanze, di lacune. Tutto dettato da una madre che si era rifiutata di ripercorrere anni terribili, le cui conseguenze avrebbero tardato a scomparire completamente. Eppure l’amore domina tutto: storie di passione, di amicizia, di rispetto e di amore fraterno, sullo sfondo dello scontro arabo-palestinese…
Susan Abulhawa ha scritto un romanzo toccante, paragonato a Il cacciatore di aquiloni per intensità e tematica. Tra le sue pagine si alternano delle voci, a volte con un racconto in prima persona, altre con la descrizione di azioni e pensieri. Le parole, i pensieri e le azioni di generazioni colpite e afflitte da una guerra che non hanno voluto e non vogliono avere, sono dense di tutto il dolore e di tutta la nostalgia delle atmosfere, dei profumi e dei suoni di Jenin. Ogni mattina a Jenin  - pubblicato qualche tempo fa in un'altra versione da Newton & Compton con il titolo Nel nome di David - è un romanzo corale, in cui è abbastanza evidente il tocco di una donna che porta nel sangue un determinato tipo di cultura, con tutti i difetti e le falle del caso. Un’opera assolutamente femminile, in cui l’autrice si cala nel contesto di una famiglia che viene privata della sua quotidianità, decimata dalle ingiustizie. Ma è l’amore che la tiene unita. Quarant’anni di differenza tra le generazioni sembrano lasciare invariati sentimenti, reazioni e ambizioni personali. Uno stile di scrittura molto semplice ma intenso quello dell’autrice, scandito da capitoli che contribuiscono a contestualizzarne il periodo storico e il luogo. Ci sembra di sentire il riecheggiare di risate, prima, e di pianto e stridore di denti poi. Il dolore di un popolo privo, nel migliore dei casi, semplicemente di luoghi fisici, ma successivamente di affetti e persone care. Un romanzo toccante, intriso di passione, lotta e forza di volontà, uno sfondo storico che scandisce gli anni di una famiglia in un primo momento unita e poi forzatamente distrutta. Susan Abulhawa accompagna il lettore assorbendolo passo passo nella storia, nel suo contesto e nell’animo dei personaggi. Sfumano i contorni tra uomini e donne, che si alternano in un romanzo in cui la voce della perdita e del dolore diventa inevitabilmente univoca e le distinzioni nette tra personaggi sono inutili. Una sola voce per il dolore di una popolazione dilaniata, privata di un’identità e di una dignità. Ma in fondo c’è una speranza: la riconciliazione tra arabi e palestinesi, riconciliazione rappresentata da due fratelli che si ritrovano.

 

 

 

 
 
 
 
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