Olimpo

Olimpo
Un rapporto sentimentale difficoltoso, una relazione complicata tra un intellettuale ultracinquantenne sentimentale e trasognato a nome Luca ed Elisa, una ragazza giovane e bella, rinchiusa nello schematismo angusto delle certezze assolute ed aprioristiche. E’ lo scontro tra due modi diversi di rapportarsi alla vita, sia nelle convinzioni politiche che nell’approccio sentimentale, due mentalità che non riescono a incontrarsi, poiché non è possibile superare l’incomunicabilità in cui precipitano perfino coloro che credono di poter comunicare con il linguaggio del corpo. Luca ed Elisa si promanano nel vasto scenario rurale delle Cesane, l’impervio altipiano che fa da sfondo alla città ducale di Urbino, nei terrori adiacenti in cui l’uomo è nato, è cresciuto e al quale è rimasto indissolubilmente legato. Elisa sembra aderire appassionatamente al suo desiderio di rievocarsi, sollecitandolo a trasfigurare situazioni legati al suo pattern ambientale nella rievocazione di episodi appartenuti alla mitologia classica. Ma la preziosa suggestione che pure ne ricava non rappresenta per lei una linfa vitale da sui trarre sufficiente alimento. Da qui la necessità vitale di recuperare una dimensione di vita slegata da un vincolo stabile e la conseguente fuga con un giovane conosciuto una sera in occasione di un concerto di musica pop, abbandonando Luca senza il conforto di una plausibile motivazione...
Di solito un finale o è scontato o è a sorpresa. Difficile immaginare, in un romanzo, qualche cosa di diverso da queste due opzioni ed ancor più un finale che risulti ad un tempo scontato e a sorpresa. Sembra una contraddizione in termini eppure l’ultimo romanzo di Umberto Piersanti Olimpo sfata questa beata certezza. Il suo finale è scontato perché l’ossatura del libro è venata fin dal principio dalla larga faglia dell’incomunicabilità generazionale. Ma sorprende perché malgrado la sua ineluttabilità ci dice ancora qualcosa che, nel corso di tutto il libro, non eravamo stati capaci di comprendere da soli. Tutto il romanzo si dipana nell’assoluta e perfetta identità del narratore con la figura di Luca, un uomo che, consapevole di non poter racchiudere il segreto della vita e quindi di poterlo esprimere compiutamente, annoda i temi dell’amore e della ricerca alle suggestioni classiche e ai valori della mitologia pagana, condensandoli nelle sequenze distese di una lunga narrazione. Ogni parola, ogni scampolo di epica fierezza, l’accumulo ossessivo di dettagli naturalistici, tutto è filtrato dalla voce di Luca. Questi e lo scrittore hanno lo stesso punto di vista, il romanzo è costruito in terza persona ma in realtà è come se Umberto Piersanti cerchi una nuova dimensione comunicativa in uno spazio lontano, che le sue riconosciute doti di narratore orale rende magico e non astratto. La misura mitica e simbolica è qui più forte che altrove e l’evocazione del monte Olimpo è una sublime metafora, una trasfigurazione poetica che contribuisce all’enfatizzazione dei contorni di un paesaggio rupestre consueto dove non possono mancare carpini, boschi di quercelle e le sagome imponenti del Catria e del Nerone. La narrazione viene risucchiata nel pieno dei sentimenti e delle emozioni, nella densità affettiva delle storie in cui egli prosciuga tutta la sua trepidante ansia di affabulatore. Non si procede, non si va avanti ma si abita un medesimo tempo che varia impercettibilmente e si ritorna senza fine negli stessi luoghi in cui i suoi personaggi si fondono da sempre in epifanie arcaiche. Che cosa accomuna questo nuovo libro alle raccolte di poesia e ai suoi romanzi precedenti ? Si sarebbe indotti a pensare che il filo rosso sia l’intrecciarsi dei temi della natura e dell’archetipo femminile, un’osmosi di attrazione sensuale e sublimata ad un tempo nei confronti di due universi che ancora rendono possibile descrivere la vita attraverso la pienezza del desiderio. Poi però scorrendo le pagine ci si avvede che a dominare anche questo libro è la necessità di reagire al deterioramento che regge l’esistenza nelle sue molteplici forme. Il bisogno di erigere un argine al disincantato andare alla deriva dell’uomo, mettendo a nudo, nella distonia tra io e mondo, la necessità del dubbio e la nostalgia del senso. Ma anche la difficoltà di accettare ciò che non conosciamo e che dunque temiamo. No, gli dei sono sogni e immagini degli umani, un modo per dirci che c’è qualcosa oltre quello che vediamo con gli occhi e ascoltiamo con gli orecchi. L’impossibilità, perché no, di ridurre alla conoscenza ciò che alla fine non può essere svelato.

Leggi l'intervista a Umberto Piersanti

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