Oltre il confine

Oltre il confine
Fine anni '30. La famiglia Parham si è trasferita in New Mexico, nella nuova contea Hidalgo, fertile e selvaggia, per sfuggire alla Grande Depressione. Billy ha 16 anni e suo fratello Boyd 14: nella terra che hanno lasciato sono sepolte una sorellina e la nonna materna, in quella che hanno trovato abbondano i sogni, i suoni, i profumi che i due ragazzi imparano a conoscere nei loro giorni di interminabili cavalcate da soli. In quell'inverno - freddo e grigio come pochi - i due si sono persino imbattuti in un lacero cacciatore indiano con un vecchio fucile che li ha obbligati a portargli del cibo di nascosto da casa loro, ma la notizia più emozionante per i ragazzi arriva quando il padre rivela a Billy e Boyd che sulle colline della contea c'è un predatore ancora più pericoloso: una lupa incinta che ha abbattuto già alcuni capi di bestiame. “Viene dal Messico. Ha passato il confine al San Luis Pass e ha risalito il versante occidentale delle Animas, è arrivata alla sorgente del Taylor's Draw e poi è scesa giù, ha attraversato la valle ed è risalita sui Peloncilos. È venuta sin quassù nella neve”. L'unica cosa da fare è tirar fuori le vecchie trappole di Mr. Echols, un grande cacciatore che viveva vicino ai  Parham, e andarle a piazzare in montagna. Un primo tentativo va  vuoto, perché la lupa è furba e sa evitare le trappole. Billy è ossessionato da questa caccia e sempre più spesso sale in montagna da solo col suo cavallo, in cerca della lupa...
L'attesissimo secondo capitolo della Border Trilogy, dopo il successo mondiale di Cavalli selvaggi nel 1992, è ancora un romanzo di formazione, e ancora una volta vede dei ragazzi (prima solo Billy e la sua lupa tanto inseguita, poi Billy e Boyd in cerca di cavalli rubati e vendetta,  infine ancora Billy da solo alla ricerca del fratello) passare il confine tra Stati Uniti e Messico. Un attraversamento che è ovviamente una metafora (ben resa dal titolo originale The Crossing e tutto sommato per una volta anche da quello italiano Oltre il confine) e sancisce un passaggio all'età adulta che Cormac McCarthy vede e racconta come inesorabilmente doloroso. Regnano un cupo pessimismo, una malinconia struggente che fanno da controcanto ad atmosfere à la Jack London nella prima parte e a un plot più tipicamente western (anche se il romanzo è ambientato negli anni a cavallo della Seconda Guerra Mondiale) con spruzzate di Hemingway - data l'ambientazione messicana - nella seconda e terza parte. Ma a dominare la scena non sono le storie o i personaggi: è lo stile di Cormac McCarthy, quella che Anthony Quinn sull'Independent ebbe a definire con singolare efficacia la sua “archaic grandeur”. Qui il gioco dell'autore di Providence se possibile si fa ancora più scoperto, e in alcuni momenti il lettore riesce come a vedere in trasparenza gli ingranaggi che muovono la macchina narrativa: il sintomo di un approccio meno spontaneo, più cerebrale, più di maniera? Forse. O forse no. La scrittura di McCarthy, si sa, è basata sulla laconicità dei dialoghi, privi di virgolette e quasi privi di notazioni quali “disse”, “aggiunse”, “rispose” etc.:  i personaggi sono estremamente parchi di parole, e nei silenzi e nelle pause che riesce a percepire quasi fisicamente il lettore è istintivamente portato a immaginare un mondo intero di non detto, di sottintesi, di emozioni. La domanda è: questo mondo nascosto tra le righe esiste davvero o stiamo cadendo in una trappola come quelle che Billy Parham e suo padre piazzano nei boschi del New Mexico? Forse il segreto di questo grande scrittore è proprio questo: lavorare talmente in sottrazione, distillare tanto severamente le parole da regalarci il minimo indispensabile da leggere. Per costringerci a leggere dentro di noi più che sulle pagine dei suoi libri.

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