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La libido ‒ parola cui siamo stati ormai abituati da cent’anni di libri e film su Freud, ma che ciò nonostante conserva un suo fascino “misterioso” ‒ è considerata il motore dell’esistenza, ciò che spinge gli esseri umani ad agire, dando corso ai propri desideri. Ma si può forse dire che la libido sia nient’altro che il frutto dei nostri istinti? In un primo tempo, la psicanalisi ha ritenuto che le cose stessero esattamante così. In un secondo momento, però, è emerso il dubbio che certi simboli - o meglio: la funzione psicologica di elaborazione di quei simboli - servisse da tramite fra l’inconscio pulsionale è il razionale conscio. In altri termini, forse la psiche umana non era spaccata in due, tra un fondo oscuro, caotico e ingovernabile ‒ l’Es, dalla cui scoperta nacque il celebre e inquietante adagio: “L’uomo non è più padrone a casa sua” ‒ ma vi era un trait-d’union, qualcosa che collegava conscio e incoscio rendendola unitaria: il simbolo e la sua funzione. Niente più divisioni e gerarchie psichiche, quindi: bensì una unità formata da diverse parti non più separate, seppur distinte. Nasce qui quella psicologia analitica ‒ cui Jung dà il primo fondamentale abbrivio ‒ capace di indicare le dimensioni archetipiche dell’umano; che delinea un percorso personale di maturazione il cui approdo non si trova né nel (chimerico) “dominio degli impulsi”, né nel subirne la tirannia, bensì nella riunificazione graduale e progressiva in un sé unitario...

La psicoanalisi viene quasi sempre associata al nome di Sigmund Freud. Di certo, però, non è possibile fare psicoanalisi senza prendere in considerazione chi di Freud fece propria la lezione donandole, poi, un vigore e un orientamento tutto particolare. L’opera di Jung, allievo fondamentale, mostra la possibilità di una ricostituzione del metodo psicoanalitico secondo un rinnovato orientamento inteso a sanare la più sanguinosa delle ferite inferte dalla teoria: non tanto quella, citata, dello spodestamento dell’uomo dal posto di governo del proprio sé (inaccettabile da un punto di vista morale come quello, ad esempio, cattolico: ce n’è un gustoso esempio in Habemus Papam di Nanni Moretti), quanto quella della scissione della psiche dell’uomo e dell’eterna lotta interiore che ne deriva. Un’opera, quella di Jung, che copre la prima metà del secolo XX, e che mostra di intraprendere una strada autonoma già a partire dal 1912, con l’introduzione, in ambito psicoanalitico, della dimensione simbolica opposta alla mera matrice istintuale. La pubblicazione, in versione digitale, dell’Opera completa rappresenta un’ulteriore possibilità di avere sotto mano un percorso interessante, voce “altra” che ha permesso di coniugare, in certo modo, l’interesse clinico con una nuova speculazione di carattere spirituale. Una istanza, quella di Jung, che non può essere ignorata nell’ambito di un dibattito attuale sulla storia contemporanea delle idee.



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