The orange hand

Sono le undici e quarantuno pomeridiane del ventidue di agosto del duemiladodici. Periferia di San José, moderna città dormitorio della Silicon Valley in California, Stati Uniti. Un ammasso di palazzi, una triste colata di cemento in mezzo al deserto, che ospitano società multimiliardarie informatiche. Ai loro piedi, le villette a schiera dei dipendenti delle suddette società. Distese di case gemelle con giardino in comune e una piccola piscina: alla sera il deserto. I cittadini si ritirano nelle proprie abitazioni a riposare e la città si svuota completamente. Solo i mezzi di pulizia delle strade e le forze dell’ordine si permettono di circolare. Una pattuglia della polizia metropolitana vaga come sempre alla ricerca di possibili malintenzionati. Per lo più invano, per fortuna. San José è una delle città americane con il più basso tasso di criminalità. Una vera oasi di benessere per qualsiasi poliziotto, almeno fino a quel ventidue di agosto, giorno in cui la fama di San José muta drasticamente. Da capitale della Silicon Valley, il favoloso e modernissimo regno dell’informatica, a scenario di un delitto. In un parcheggio, due agenti notano un’auto bianca…
Luca Tom Bilotta scrive davvero bene. E lo fa pur cimentandosi col genere thriller, uno dei più amati, apprezzati, classici e variegati. E difficili. Un banco di prova vero. Perché i difetti si vedono subito. Se sbagli lì se ne accorgono tutti, più o meno fan, più o meno competenti che siano. Se la trama non regge, mostra la corda come un vestito fatto male e liso. Perché non basta raccogliere le tessere del mosaico – in questo caso affidarsi ai luoghi comuni del caso, utilizzare i soliti ingredienti, delitti, indagini e segreti e combinarli un po’ insieme – perché l’immagine che se ne ricavi sia bella e pronta. L’immagine non si compone da sola, bisogna mettere le tessere nel posto giusto, una alla volta. Senza fretta. E invece spesso e volentieri storie di questo tipo sfuggono di mano, ci si lascia prendere e alla fine si commettono pasticci, la prosa diventa raffazzonata, confusa, esagerata, inutilmente ansiogena. E poi l’immagine dev’essere bella dall’inizio. Ossia, bisogna partire da una buona idea. Cosa che sovente, invece, non è. A Bilotta tutto questo non capita. Perché è come un bravo regista: conosce il senso della misura e ha la mano ferma. Anche i passaggi più scioccanti, stranianti, persino disturbanti non sono mai gratuiti, e la lettura coinvolge.

 

 

 

 
 
 
 
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