Orgoglio e pregiudizio

Orgoglio e pregiudizio
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Quale può essere la principale preoccupazione di un’assennata mamma di cinque figlie nell’Inghilterra di fine Settecento? Ovviamente trovare un buon partito per le sue ragazze, visto che “è verità universalmente riconosciuta che uno scapolo largamente provvisto di beni di fortuna debba sentire il bisogno di ammogliarsi”. La fortuna, per l’appunto, sembra arridere alla signora Bennet, madre di Jane, Elizabeth, Mary, Catherine e Lydia. Piovuto dal cielo come una rosea benedizione, nella tenuta di campagna accanto alla sua si trasferisce il signor Bingley, un giovanotto che ha due delle più pregevoli virtù: non è sposato e vale tra le quattro e le cinquemila sterline all’anno di rendita. In più, ha con sé pure un amico, il signor Darcy, anche lui piacente e ricco, benché sussiegoso e rigido come un palo. Complice una festa da ballo, Bingley conosce la maggiore delle Bennet, la deliziosa Jane, e scocca la sospirata scintilla. Darcy invece si lascia sfuggire un infausto commento sulla secondogenita, Elizabeth, (che lo sente) giudicandola passabile, ma non abbastanza bella da sedurlo: offesa che, non potendo essere lavata col sangue dalla diretta interessata, merita quanto meno tutti gli strali e le punzecchiature di una donna risentita. Intanto la signora Bennet lavora d’ingegno per la felicità delle figliole. Quando Jane riceve dalle due sorelle di Bingley l’invito a far loro visita, la brava mamma, dato che il tempo minaccia pioggia, pensa di mandarcela a cavallo invece che in carrozza. Risultato (calcolato con l’astuzia di un Rommel): Jane si bagna fino all’osso, si busca un terribile raffreddore ed è costretta a rimanere per alcuni giorni a casa dei vicini. Bingley ha così l’opportunità di conoscerla in tutta la sua dolcezza, oltre che di apprezzarne l’avvenenza. Intanto Elizabeth, che ha raggiunto Jane per assisterla, rivede l’ombroso Darcy e non gli risparmia le battute della sua lingua pungente, finendo per fare breccia nel suo cuore. L’altare però è ancora lontano per le due donzelle. Di mezzo ci si metteranno una serie di malintesi, di frasi mal interpretate e mal riferite, e lo scandalo suscitato  dalla fuga della sventata Lydia con l’affascinante ma non proprio raccomandabile signor Wickham...
Più di duecento anni portati benissimo. Orgoglio e pregiudizio, scritto fra il 1796 e il 1797, conserva dopo due secoli una freschezza invidiabile. Merito di una tecnica scenica che taglia le descrizioni per abbondare con vivacissimi dialoghi, e dell’acume con cui la ventenne Jane Austen tratteggia uno spaccato sociale che ancora oggi rivela dinamiche amorose attuali. Si sa, infatti, che la Bridget Jones del romanzo di Helen Fielding (e dell’adattamento cinematografico), prototipo di single degli anni Novanta a caccia di fidanzato/marito, si innamora proprio come Elizabeth di un tenebroso facoltoso e ingessato di nome Darcy, e che è vessata da una madre almeno tanto imbarazzante quanto Mrs Bennet. Che poi Orgoglio e pregiudizio goda di ottima salute letteraria è confermato anche dalla recente rivisitazione in chiave horror di Seth Grahame-Smith (Orgoglio e pregiudizio e zombie), che ha innestato nel classico originale, preso tale e quale, un numero di variazioni ad hoc sufficienti a trasformarlo in una sanguinosa e purulenta vicenda di morti viventi. Qualcuno lo ha inteso come una provocatoria dissacrazione, altri lo hanno considerato come un bizzarro e godibile omaggio. Resta il fatto che anche questo, volente o nolente, è un modo per riconoscere la significatività del libro della Austen (un po’ come dipingere i baffi su una copia della Gioconda). E allora, cosa c’è di così grande in un romanzo apparentemente “per signorine”, dove si parla soprattutto d’amore e di matrimonio e i grandi eventi della storia dell’epoca (dalla Rivoluzione francese alle prime campagne napoleoniche) sono completamente passati sotto silenzio? C’è la vita vera, ci sono personaggi reali, borghesi, comuni, con comunissime aspirazioni, caratterizzati con notevole finezza intuitiva. C’è il garbo di uno stile che affronta un fattaccio come quello combinato da Lydia con reticente buona educazione, senza sfiorare neanche lontanamente la tragedia. C’è un umorismo leggero, un’amabile comicità che non degenera mai nel grottesco. E c’è un’eroina, Elizabeth, che spicca per l’intelligenza e l’abilità dialettica e psicologica con cui piega l’orgoglio di Darcy superando il proprio pregiudizio verso di lui. All’origine del successo del chick-lit contemporaneo c’è questo capolavoro che sta a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo, un evergreen che merita a pieno titolo di essere (ri)letto.

 

 

 

 
 
 
 
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