Ostracismo

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Athos, Aristèides Albanese la trova solo dopo una lunga ricerca. Dal centro si inerpica in autobus fino al grigio complesso di cemento alla periferia della città e poco dopo le undici opta non convinto per entrare in una delle orribili e labirintiche torri – non ricorda nemmeno la scala giusta - dove vivono migliaia di persone le cui nude pareti in calcestruzzo sono decorate da writer ribelli attraverso simboli incomprensibili. Anni prima, quando finisce in carcere, imbrattare i muri delle case è ancora un passatempo raro a Trieste. Sale incerto le scale piene di spifferi e spinge con il piede la grande porta a vetri. Davanti a lui un corridoio interminabile, male illuminato e con il pavimento in vinile nero. A parte lui, in giro non c’è nessuno. La solitaria insegna al neon di una farmacia è l’unico dettaglio che risalta nell’ambiente, per il resto del tutto anonimo. Chi vuole comprare delle medicine deve suonare, dice il cartello. Svoltato l’angolo passa davanti perfino a uno spartano ufficio postale, che quella mattina è aperto. Lo squallore è generale, paradossalmente proprio solo i graffiti danno un tocco di vivacità a quella desolazione: con ogni probabilità però dato il posto sono stati commissionati. Sono infatti curati, corredati di commenti ironici. Anche i corridoi della prigione nella quale ha trascorso gli ultimi diciassette anni della sua vita sono altrettanto spogli, ma più puliti e meglio illuminati...

La parola ostracismo deriva da un vocabolo greco che significa coccio e su cui si scriveva il nome della persona che si voleva allontanare dalla comunità perché reputata nociva. Per molti anche l’origine della letteratura stessa si deve a un frammento di terracotta, rinvenuto in maniera fortunosa, che riportava su di sé l’espressione che indicava il concetto stesso della possessione: una storia, del resto, se bella conquista e cambia la vita di chi ne entra in contatto. E la vita di Aristèides Albanese, il Greco, è decisamente cambiata da diciassette anni a questa parte, quando l’uomo, che tutti vorrebbero sparisse dalla faccia della terra, è stato arrestato e ha passato da quel momento tutto il tempo in carcere a scontare, a causa delle dichiarazioni di dodici – come gli apostoli, ma questi sono perversi – testimoni che hanno deposto in blocco contro di lui, una condanna per omicidio. Ora vuole iniziare una nuova vita aprendo un locale insieme all'amico ed ex compagno di cella, il giovane pakistano Aahrash, ma prima deve chiudere con il passato. Adesso si dà il caso che sia un cuoco abile ed estroso, ma anche che abbia intenzione di vendicarsi: e si sa che in tredici a tavola non ci si deve stare, se si vuole sopravvivere tutti… La prosa è brillante e intrigante, il ritmo è fluido e sostenuto, la trama solida, i personaggi interessanti, gli ambienti e i dialoghi credibili.

 


 

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