Ottobre

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La leggenda vuole che nel 1703, sull’isola di Zayachy – nel golfo di Finlandia, terra strappata con la forza all’impero svedese nella grande guerra del Nord –, mentre contemplava il panorama sferzato dal vento, il potente zar Pietro il Grande vide una grande aquila che planava su di lui. Il rapace fissò il sovrano, il sovrano fissò il rapace. Dopo attimi che sembrarono eterni, lo zar affondò la baionetta nel terreno e strappò due strisce di manto erboso, disponendole a croce nel punto esatto sopra a cui l’aquila stava volteggiando. Poi Pietro il Grande gridò: “Che in questo luogo sorga una città!”. Quella città è San Pietroburgo, ma le cose non sono andate così, lo zar nemmeno era lì in quel periodo. Si tratta di un mito ostinato di quella che Dostoevskij definiva “la città più astratta e premeditata del mondo intero” e che all’epoca della sua costruzione era conosciuta come “la città costruita sulle ossa”, perché per prosciugare le paludi, scavare nel ghiaccio e costruire canali e palazzi persero la vita almeno 100.000 persone. Eppure quella città nata a tavolino e imposta ad una natura ostile con brutale determinazione nel 1712 fu proclamata capitale della Russia. Nei due secoli successivi è qui che vive lo scontro politico, qui che covano le rivoluzioni. È qui insomma che parte la strada che porta all’ottobre 1917, a Lenin, a Trotskij. Ma per percorrerla tutta occorre partire dall’inizio. La Russia è un impero colossale e variegato, costantemente insanguinato da rivolte e repressioni. Qui la servitù della gleba non è stata sostanzialmente mai abolita: i contadini possono essere trasferiti ad altre proprietà mentre i loro possedimenti personali e le loro famiglie rimangono in possesso del proprietario terriero originale. Una “norma fredda e dura” che rimane in vigore per buona parte dell’Ottocento, quando in Europa è già dimenticata. Nel 1861 lo zar Alessandro II emancipa i contadini-servi dal loro status di proprietà, ma non lo fa per amore delle riforme o per umanità: lo fa per paura delle ondate di rivolte che minacciano il suo potere e per aiutare lo sviluppo economico dell’impero, umiliato dopo la guerra di Crimea (1853-1855). Si diffondono tra i contadini utopie favolistiche di libertà, si moltiplicano le voci dissidenti di scrittori e filosofi. Nasce il movimento dei cosiddetti narodniki, gli attivisti del popolo. Alcuni di loro iniziano a propugnare metodi violenti per ottenere riforme che lo zar non ha nessuno intenzione di concedere…

Fatta la doverosa premessa che – poiché nel 1917 in Russia era in uso il calendario giuliano, tredici giorni indietro rispetto al calendario gregoriano – il Palazzo d’Inverno fu preso d’assalto il nostro 5 novembre, che però per gli insorti era il 26 ottobre e quindi la definizione di “Rivoluzione d’Ottobre” si basa in realtà su un’inesattezza, ma che correggere questa inesattezza avrebbe voluto dire spazzare via un intero apparato iconografico e letterario e creare una confusione pazzesca e che quindi si parla sempre di ottobre, veniamo a commentare questo ennesimo saggio sull’insurrezione bolscevica che ha dato vita all’URSS. Non lo firma uno storico o un giornalista, ma uno scrittore di fiction, celebre per i suoi fantasy steampunk ma anche per il suo impegno politico nel Socialis Workers Party. Il contributo del britannico China Miéville alla storiografia sta proprio nel suo talento di narratore: la storia russa di fine Ottocento e inizio Novecento nelle sue parole diventa un’avventura colorata e avvincente. Parlare di aneddotica è senza dubbio riduttivo: Miéville affronta la saga del bolscevismo con veemenza ed entusiasmo – approfittando anche della “potenza estetica” dell’insurrezione socialista contro lo zarismo –, con l’intento di riscattare “cento anni di attacchi crudeli, antistorici, ignoranti, in malafede e opportunisti” contro la rivoluzione d’ottobre. E ad un certo punto San Pietroburgo alias Pietrogrado alias Leningrado sembra un po’ New Crobuzon.



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