Ovunque io sia

Ovunque io sia
I genitori di Ofelia gestiscono un negozio di alimentari, ma la mamma pare convinta che la figlia sia una principessa ereditaria o qualcosa del genere, perché Ofelia sin da bambina non può uscire di casa senza guanti e cappello, in qualsiasi stagione. Le compagne di scuola la prendono in giro, il padre scuote la testa perplesso, ma la madre non molla, e quando il marito le fa notare che questa storia della signorilità è ridicola piange e si dispera. A 13 anni, Ofelia lascia la scuola e va a dare una mano nel negozio di famiglia: con guanti e cappello, naturalmente.  Passano gli anni, e diventa una ragazza bruttina che passa il suo tempo libero in Chiesa, confessandosi tutte le mattine. Finché un giovanotto elegante, Manuel Ramalhete, rappresentante di abbigliamento, non inizia a corteggiarla insistentemente. E' decisamente più giovane di lei, è pieno di vita mentre lei è una zitella rancorosa di trent'anni, ma ha un'automobile – cosa rarissima all'epoca – e ci sa fare con le parole, e quindi Ofelia cede...  Margarida è una giovane semplice, con le gambe belle e il volto un po' squadrato. Dorme in un sottoscala, ma sempre meglio di quando era a servizio da quella  signora che la faceva arrangiare in una cuccia assieme ai  cani, tutto sommato. Fa le pulizie in rua Leite de Vasconcelos da un'anziana azzimata incattivita da un matrimonio infelice, dona Ofelia (dalla quale ogni tanto riesce ad avere il permesso di farsi una doccia), pulisce le scale qua e là e quando la chiamano lavora alla fabbrica di sigarette di Braço de Prata. Quando incontra Carlos, un giovane allegro giunto a Lisbona per lavorare dalla regione povera del Minho che somiglia a Fred Astaire e vive in una casetta di una sola stanza, se ne innamora e si lascia sedurre con facilità. Rimasta incinta, Margarida scopre che Carlos ha lasciato una moglie al paesino e  non ha nessuna intenzione di avviare un rapporto stabile con lei. Fortuna che l'impiego alla fabbrica invece diventa più stabile, ma la pancia si ingrossa, e alla fine a forza di lavorare comunque la piccola Maria do Ceu nasce proprio là in fabbrica...
Tre figure di donne e quattro generazioni a confronto in questo romanzo struggente e monumentale che respira assieme alla storia recente del Portogallo, e con essa cammina. Donne deluse e ferite dai loro uomini, donne che trovano dentro loro stesse o nella maternità (seppure declinata e vissuta in modo assai diverso) la forza di tirare avanti nonostante tutto. Una saga familiare ma anche un apologo sul tradimento (non solo ai danni del proprio amore, ma anche dei propri ideali) e sul suo contrario, quella fedeltà a prescindere (“Ovunque io sia...”) che solo una madre sa garantire. Romana Petri – originale figura al contempo scrittrice ed editore, responsabile com'è della Cavallo di Ferro, marchio che si occupa di presentare la narrativa portoghese al pubblico italiano – ha uno stile elegante ma mai cerebrale, che dimostra di aver metabolizzato la lezione dei maestri della letteratura contemporanea. Emoziona, ma non scade nel feuilleton, descrive caratteri e scenari ma non è verbosa, realizza un romanzo di oltre 600 pagine ma non annoia. Obrigado.

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